L'"allegro" Trio Pinocchio e le pensioni
di Artemio Ruggeri
Sugli schermi italiani è di
scena il "Pinocchio" di
Roberto Benigni. E Silvio Berlusconi ricorda il
personaggio della favola, alle prese con Savino
Pezzotta (nella parte del Gatto) e di Luigi Angeletti (in quella della
Volpe).
Anche il buon Geppetto (Antonio D'Amato) sembra volerlo
abbandonare al suo destino, a lasciarlo per sempre nel Paese dei Balocchi. A
Capri, al Convegno dei giovani industriali, il presidente della Confindustria ha
definito l'ultima creatura del Governo (quella Finanziaria che dà e non toglie,
che non mette le mani nelle tasche degli italiani) la peggiore che mai sia stata
scritta.
Si tratta di un'accentuazione di toni allo scopo di negoziare
qualche scampolo al tavolo del confronto col Governo oppure siamo in presenza di
una svolta, di una rottura strategica? Lo capiremo nei prossimi giorni. Per ora,
tuttavia, (ecco le ragioni del paragone coi personaggi della favola del
Collodi), a Berlusconi sono rimasti alleati infidi e questuanti solo Cisl e Uil:
ambedue le organizzazioni sono talmente pressate dalla azione della Cgil da
essersi trasformati in esosi e ciechi esattori del Patto per l'Italia, anche
nelle parti divenute insostenibili.
Perché ad un Governo
di centro-destra sta capitando il paradosso di
entrare in conflitto con quel mondo dell'impresa che
dovrebbe essere il suo principale alleato?
Perché i colloqui romani
tra Berlusconi e D'Amato non sono serviti a sanare il vulnus?
Le spiegazioni possono essere tante. Poi, in questi casi,
interviene sempre qualche tratto di carattere personale, privato.
Oltre ai tanti conflitti di
merito, tra Confindustria e Governo è insorta una questione di rapporti
politici. D'Amato non ha apprezzato che Giulio Tremonti abbia tentato di
scaricare le contraddizioni del bilancio sul mondo delle imprese, senza neppur
procedere ad una consultazione preventiva. E il presidente degli industriali -
che ha tanti problemi in casa sua non ha neppure gradito che Berlusconi
assumesse con lui solenni impegni, ben presto disattesi dal ministro
dell'Economia, a nome del Governo stesso. Cosa può
succedere, adesso?
La Confindustria ha una sola
opportunità: diventare la portabandiera del
rigore. Una scelta siffatta, però, la costringerebbe a
pagare un prezzo politico: sfilarsi dal Patto per
l'Italia che è il contrario del rigore.
Si
aprono nuove opportunità. L'Europa ha concesso qualche anno in più per il
pareggio dei conti, ma sarà più vigile e attenta.
Da molte parti viene
pressante l'invito ad accelerare le riforme. Per Antonio D'Amato è venuto il
momento di scegliere: fare chiasso per sedersi al tavolo in cui si spartiscono
le risorse insieme a Cisl e a Uil oppure trasformarsi nel partito per l'Europa.
Una causa quest'ultima che ha bisogno di sponsor agguerriti. Saranno ancora le
pensioni a mettere in sintonia l'Italia con l'Europa. E' singolare che il
Governo, attraverso il presidente del Consiglio in persona, giudichi
"irrinunciabile" la riforma della previdenza, ma che trovi ogni pretesto per
dichiarare forfait. Non sarà certo la Ue, con il suo primo rapporto sulle
pensioni, la prossima primavera, a risolvere i nostri problemi. Le sue saranno
raccomandazioni, ma ogni Paese dovrà fare quanto gli spetta. Del resto, l'Europa
ha già parlato a Barcellona, quando ha indicato la "madre di tutte le riforme":
allungare di 5 anni (da 58 a 63) l'età effettiva media dell'accesso al
pensionamento. In tale scenario, il patrio Governo, dopo le proteste sindacali,
si è affrettato a depennare la parola "disincentivi" (con riguardo ai
trattamenti di anzianità) dal Rapporto che sarà presentato dal nostro Paese a
Bruxelles nel contesto dell'iniziativa europea. Chi ha paura
anche delle parole, deve guardarsi innanzi tutto da
se stesso.
Campagna,
per la disdetta sindacale, dei
Radicali e Il Giornale. Conferenza
stampa di Capezzone e Belpietro
Il Segretario dei Radicali
italiani Daniele Capezzone e il Direttore de "Il
Giornale" Maurizio Belpietro hanno presentato
in una conferenza stampa la loro prossima iniziativa congiunta stampa per
denunciare l'automaticità del rinnovo della iscrizione al sindacato. "Se
qualcuno si iscrive al mio partito - ha spiegato Capezzone- alla fine dell'anno
nessuno potrà pretendere più nulla da lui. Se invece ci si iscrive anche una
sola volta a un sindacato, si subisce il prelievo della trattenuta per tutta la
vita, a meno di una disdetta complicata nei tempi e nelle modalità. Insieme al
Giornale intendiamo spiegare tutto questo ai cittadini, e anche fornire loro i
moduli per effettuare la disdetta". "Tanti lettori ci hanno posto il problema -
ha aggiunto Belpietro, il cui quotidiano ha condotto una lunga campagna
informativa sul finanziamento dei sindacati-, e abbiamo accettato l'offerta dei
radicali di partire con questa campagna. I radicali faranno tavoli in tutta
Italia, e noi pubblicheremo i moduli sul nostro giornale. Partiremo nei giorni
dello sciopero generale". Capezzone e Belpietro hanno chiarito l'entità delle
somme in gioco: infatti (tra quote di iscrizione, contributi ai CAF,
finanziamento pubblico dei patronati, distacchi e altre fonti di entrata), i 3
sindacati maggiori incassano oltre 3.500 miliardi di vecchie lire. "E'
un'iniziativa - hanno concluso- di trasparenza, per la libertà di iscrizione e
di non iscrizione al sindacato. Chi si iscrive deve compiere un preciso atto di
volontà che deve essere rinnovato. E' inconcepibile che i soldi vengano invece
sfilati dalle tasche di pensionati e lavoratori ignari".
Ai
firmatari dell'appello al Governo
promosso da Radicali Italiani per la riforma della
previdenza.
Egregi professori, cari amici,
Vi invio
l'elenco completo di quanti hanno finora sottoscritto l'appello e per chiedervi
di intervenire ad una conferenze stampa
di presentazione dell'appello. Una prima data
utile, anche per prendere alla lettera e rilanciare le parole del presidente del
Consiglio "la riforma delle pensioni è ineludibile", è il 10 ottobre a Roma
(prevediamo anche interventi telefonici). Chiunque è interessato e disponibile
me lo può comunicare rispondendo con email o chiamando i numeri 335.6034832 o
06.689791.
Con i migliori saluti e auguri di buon lavoro, Benedetto Della Vedova. b.dellavedova@agora.it
APPELLO PER LA RIFORMA DELLA PREVIDENZA.
Al Presidente del Consiglio, On.
Silvio Berlusconi,
al Ministro dell'Economia, On. Giulio Tremonti,
al Ministro del Welfare, On.
Roberto Maroni.
Negli ultimi mesi si sono intensificati i richiami delle
più autorevoli istituzioni economiche nazionali, europee e internazionali, affinché l'Italia ponga mano ad una immediata
e radicale riforma del sistema previdenziale. Le correzioni del decennio
'90
(e in particolare dal '95 ad oggi) hanno
rallentato una crisi che rischiava di divenire travolgente e irreversibile, ma
non hanno risolto in modo strutturale e definitivo gli aspetti critici di un
sistema che resta caratterizzato dalla insostenibilità finanziaria già nel medio
periodo e che si annuncia come pesantemente iniquo nei confronti delle giovani
future generazioni di lavoratori, oberate di un carico contributivo senza pari
nei paesi industrializzati (circa il 33% per i lavoratori dipendenti) e
sottoposte ad un'aliquota di equilibrio (il parametro dello scambio
intergenerazionale) condannata ad essere superiore, per lunghi decenni, al 40%
del loro reddito, mentre le prestazioni attese, nel migliore dei casi, saranno
pari ai 2 terzi di quelle attuali. L'aumento della vita media, l'allungamento
della aspettativa di vita al pensionamento e la diminuzione delle nascite, non
compensate dai pur necessari apporti dell'immigrazione, rappresentano un
richiamo, a tutti evidente ma cinicamente ignorato, alla necessità di rivedere
dalle fondamenta un sistema pensato e disegnato in una realtà demografica ed
economica completamente diversa da quella attuale che mai più si ripresenterà.
Ne deriva il paradosso tipicamente italiano: mentre il sistema pensionistico
corrisponde ai nuovi pensionati i migliori trattamenti che sia mai stato in
grado di erogare (in conseguenza di condizioni lavorative, economiche e
occupazionali irripetibili, legate ad un mondo del lavoro che sta scompartendo),
si impoverisce sul piano quantitativo e qualitativo la platea dei contribuenti,
che vengono esclusi o espulsi dal mercato del lavoro tipico per effetto del peso
di quel costo del lavoro che è in larga misura determinato da regimi
pensionistici insostenibili.
E, nel contempo, la quota di reddito
requisita dal sistema obbligatorio non consente alle giovani generazioni risorse
adeguate a costruire una risposta privata alla
capitalizzazione individuale. Ogni giorno, in assenza di provvedimenti
incisivi, prepara il terreno per nuove ingiustizie, indebiti arricchimenti,
"profitti di regime" e per futuri provvedimenti sempre più dolorosi.
Non vi è ragione, né economica né sociale, che
giustifichi il mantenimento di un sistema previdenziale la cui "generosità" (a
favore dei settori del mondo del lavoro più fortunati) non ha pari. Una politica
miope, succube dei sindacati e incapace di superare le resistenze corporative in
nome dell'interesse generale e di coloro che oggi non hanno voce come i futuri
contribuenti, ha fino ad oggi ignorato il problema rinviando qualsiasi soluzione
duratura e strutturale. I costi per il finanziamento del sistema pensionistico
pubblico pesano come macigni sul costo del lavoro, penalizzando l'occupazione e
la competitività delle imprese; impediscono il finanziamento dei più basilari
istituti di welfare a favore di chi più avrebbe necessità; drenano risparmio
previdenziale che potrebbe destinarsi consistententemente al finanziamento di
programmi di previdenza integrativa e contribuire allo sviluppo economico. E' necessario e urgente che il
Governo, forte di una maggioranza elettorale e
parlamentare senza precedenti, respinga gli
inviti ipocriti a ulteriori rinvii e ponga mano ad una incisiva riforma della
previdenza, prima che, già a partire dall'anno prossimo, si apra il lungo ciclo
elettorale che porterà alla fine della legislatura. E' necessario difendere
dagli attacchi strumentali dei sindacati l'asse portante dell'attuale Disegno di
Legge Delega del Governo, laddove prevede lo smobilizzo generalizzato degli
accantonamenti di tfr a fronte dell'avvio di un processo di decontribuzione a
partire dai nuovi assunti. I problemi di finanza pubblica
creati da siffatta misura devono essere compensati da interventi mirati
sul contenimento della spesa pensionistica, assai più seri e credibili di
quelli, modesti e inutili, ora previsti. Sulle misure strutturali anche in vista
di una riforma che miri al passaggio nel medio/lungo periodo ad un sistema misto
con una sempre più crescente quota a capitalizzazione - vanno da subito
modificati i parametri del sistema attuale, attraverso il passaggio
generalizzato (pro rata) al metodo contributivo, l'abolizione delle pensioni di
anzianità e l'innalzamento a 60 anni dell'età minima per il pensionamento
anticipato (anche per adempiere alla direttiva del Consiglio europeo di
Barcellona, che ha indicato per l'Unione anche come misura a favore dello
sviluppo dell'occupazione - l'innalzamento, entro il 2010, di almeno 5 anni
dell'età media effettiva di pensionamento). E' impensabile e ingiusto che una consistente manovra di
bilancio come quella necessaria per rispettare gli impegni europei, prioritari per l'avvenire del
Paese non includa il completamento delle riforma di un settore che da solo
rappresenta un terzo della spesa corrente.