Satrapie: Cofferati&ilpensiero unico
di Artemio Ruggeri
Il fenomeno Cofferati
meriterebbe un'ampia analisi sociologica.
E' difficile capire, infatti, perché un'organizzazione, come la Cgil - che
ha sempre avuto una dialettica interna viva e feconda, anche in tempi di
centralismo democratico e di regole forzatamente un animistiche - si sia
trasformata, sotto la direzione di Sergio il Cinese, in una satrapia, dominata
da un "pensiero unico" (quello di Cofferati, appunto), priva di qualunque conato
interno di dissenso o di opposizione. Il Campo di Agramente della Sinistra, dopo
anni di obbedienza cieca ed assoluta ai capi, è diventato un tritacarne di
leader. Solo Cofferati ha conquistato un carisma impressionante, degno del tifo
della Curva Nord. Ogni sua apparizione dà luogo a scene isteriche tra il popolo
della gauche; manca solo che gli chiedano di celebrare matrimoni, battezzare
bambini, impartire l'estrema unzione ai moribondi.
Nella
storia del sindacato "rosso" nessun segretario
ha avuto tanto potere quanto quello riconosciuto a Cofferati.
E nessuno ne ha mai abusato come lui, fino ad
inquinare profondamente i tratti genetici della sua confederazione.
Nella
tradizione culturale della Cgil, l'unità sindacale era un valore. Lasciamo
perdere la leggenda di Giuseppe Di Vittorio che, nel 1948, ai leader delle
componenti democratiche della Confederazione unitaria del Patto di Roma (i quali
minacciavano la scissione) rispose: "Noi da domani cercheremo di ricostruire
l'unità con voi". Sono almeno trent'anni, però, che la Cgil ha considerato
l'unità un obiettivo strategico, un'opzione conveniente, senza mai sottrarsi
alla ricerca delle possibili intese con gli
altri sindacati. Nella prima metà degli anni '80 fu il
partito comunista ad imporre a Luciano Lama una linea di arroccamento, contro il Governo Craxi, sulla
questione della scala mobile. Una volta consumata la sconfitta nel
referendum del 1985, Lama non tardò un solo minuto a
ritessere la trama del rapporto unitario con Cisl e Uil.
Sergio Cofferati ha fatto tutto il contrario: la sua
polemica con le altre confederazioni ha messo in palese difficoltà non solo
l'Ulivo, ma perfino i Ds. La rottura dell'unità sindacale non è una scelta
contingente, maturata nel gruppo dirigente della Cgil a ridosso degli ultimi
avvenimenti; è un orientamento che viene da lontano, sorto quando stava al
governo del Paese una coalizione di Centro-sinistra. Allora, si parlava del
cattivo rapporto esistente tra i due Sergi. Ma le cose non sono migliorate
quando D'Antoni se ne è andato e al suo posto è venuto l'onesto Savino Pezzotta.
Oggi, con i suoi scioperi e le sue astiose polemiche, la Cgil punta a colpire al
cuore le altre organizzazioni, cerca di sgretolarne la consistenza
organizzativa. L'abbandono del valore-unità
è alla base della deriva di carattere politico
assunta dalla Cgil. In Italia, i sindacati - più o meno tutti - hanno sempre
avuto un collegamento genetico con i grandi filoni ideali della democrazia
ritrovata. Era appunto la diversità delle radici culturali e dei riferimenti
politici a produrre quella sapiente ricerca di regole di convivenza e di
mediazione che conduceva, alla fine, ad una posizione sostanzialmente autonoma
del sindacato nei confronti dei partiti: di Governo e di opposizione.
Adesso, la Cgil agisce in proprio come
una forza politica. E non si limita solo a praticare tale comportamento,
ma anche a teorizzarlo. Si citi, infatti, una sola intervista del Cinese, in cui
il segretario (uscente ?) della confederazione di Corso d'Italia agisca e parli
da sindacalista e di argomenti sindacali. Se poi rimangono dei dubbi si vada a
vedere la composizione delle manifestazioni di piazza (da ultimo lo show di
Nanni Moretti), per accorgersi che senza le truppe corazzate della Cgil (queste
iniziative costano fior di decine di migliaia di euro) si troverebbero in pochi
amici.
Non è ammissibile che un sindacato si avvalga di
un ricco bagaglio di diritti (riconosciuti per svolgere i propri compiti
istituzionali) e di risorse ingenti - prelevate dalla busta paga di chi lavora o
magari provenenti da attività di servizio che godono del finanziamento pubblico
- allo scopo di condurre una lotta politica senza quartiere ad un Governo
legittimo. In questo modo si snatura il ruolo (certamente essenziale) che una
moderna democrazia attribuisce al sindacato.
Cofferati non ha il diritto di
dare una rappresentazione del Paese come se le istituzioni fossero in pericolo,
la libertà venisse calpestata, l'informazione manipolata, la giustizia vilipesa,
i lavoratori traditi. Questa linea di condotta, prima ancora che al Governo,
reca danni gravissimi all'opposizione. Le forze dell'Ulivo non sono più in grado
di gestire la variabile Cofferati, che alimenta ogni movimento di contestazione
(dai no global ai girotondini) e spinge i partiti su posizioni radicali, al
punto di minare alla radice la loro credibilità quali candidati a governare
nuovamente il Paese.
Che la Casa delle libertà sia in
imbarazzo, che stiano scappando di mano i conti pubblici, che l'esecutivo
presenti molte pecche sul piano del rigore è a tutti evidente. Ma come potranno
la Margherita e i Ds presentare un programma credibile quando per anni sono
stati costretti a coprire le posizioni conservatrici di Cofferati? Purtroppo,
quando in un'organizzazione si innestano elementi degenerativi di tale portata
non è agevole liberarsene. La Cgil tornerà, forse, a ragionare solo dopo aver
subìto una clamorosa sconfitta. Ma perché ciò avvenga bisogna mettere in
calendario un lungo periodo di sofferenza, fatto di conflittualità diffusa
(anche nei posti di lavoro), di dissensi crescenti.
Che tutto ciò si debba all'opera di un
sindacalista, ex riformista, è incredibile. Ma purtroppo
vero.