11 Settembre: Un anno dopo
Attenzione a non fare del crollo delle Twin Towers
l'alibi delle mancate riforme

di Artemio Ruggeri

La tragedia consumata un anno fa alle Twin Towers - rappresentata in diretta televisiva a miliardi di attoniti spettatori - è destinata ad entrare nella storia dell'umanità come un momento di svolta nell'escalation del terrorismo.
L'attentato dell'11 Settembre cercava di colpire uno degli aspetti portanti dell'economia globale: la mobilità, l'interscambio, la caduta delle frontiere. Il contraccolpo c'è stato e non poteva essere altrimenti.
Attenzione, però, a non fare del crollo dei grattacieli, simbolo della modernità occidentale, un alibi per la mancanza di coraggio dei Governi europei sul piano delle riforme.
Sotto quelle macerie non è sepolta l'economia. Così, nessuno è autorizzato - in Italia e altrove - ad imputare a quella fatidica esperienza la responsabilità di una crescita che non decolla, di una ripresa che non arriva e, soprattutto - la lingua batte dove il dente duole - i conti pubblici che scappano di mano ai parametri virtuosi della stabilità.
Nei giorni che seguirono il disastro venne scritto che l'economia globalizzata era finita per sempre, che gli Stati avrebbero adottato misure protezionistiche ed interventiste. Invece, è accaduto il contrario. Vi è un evento costantemente dimenticato: il round del Wto (l'organizzazione internazionale del commercio) svoltosi poche settimane dopo l'11 settembre a Dubai negli Emirati arabi. Mentre, in precedenza, il vertice di Seattle si era rivelato un clamoroso fallimento (tra l'altro era sbocciato quell'equivoco movimento di contestazione che in seguito ha accompagnato tutte le iniziative di carattere internazionale), quello svoltosi lo scorso anno ha ottenuto importanti successi, proprio in risposta al tentativo di indurre i Paesi a rinchiudersi in se stessi, abbandonando la prospettiva del mercato globale. In quella sede, hanno aderito al Wto nazioni decisive per il futuro dell'umanità (con immense potenzialità di mercato) come la Cina (anzi le due Cine). Soprattutto, grazie al ruolo svolto da Paesi come l'India e il Pakistan, è risultato evidente (con buona pace dei no global ) che sono le nazioni emergenti a spingere di più sul terreno della globalizzazione, contro le resistenze Usa e principalmente dell'Europa.
Non a caso è stato il negoziato sui prodotti tessili ed agricoli ad incontrare le maggiori difficoltà (non si dimentichi mai che l'agricoltura nel Vecchio Continente è un settore completamente assistito, al punto da assorbire il 46% degli interventi Ue).
Se quella di Dubai è stata una risposta politica alla crisi internazionale, altrettanto importante di quella militare (alla cui realizzazione hanno svolto un ruolo fondamentale Paesi come la Cina e il Pakistan, non a caso tra i protagonisti del Wto), anche l'economia ha fatto la sua parte. In Italia della tragedia americana, nei suoi risvolti economici, si è voluto fare un uso strumentale con fini politici. Basterebbe andare a rileggere la relazione alla Finanziaria per il 2002, nella versione predisposta dal Governo italiano. Il documento cominciava invocando con afflati lirici la vicenda delle Torri gemelle ed affermava che tutto era diventato incerto. Veniva giustificata, in tal modo, una Finanziaria senza arte né parte, concepita per lasciare le cose immutate ed evitare le riforme (dello Stato sociale) impegnative sul piano politico. In quegli stessi mesi, negli Usa vi fu una crescita economica inattesa e imprevista, spinta dai consumi, fino ad esaurire rapidamente le scorte.
Forse si trattò di un processo di nevrosi collettiva, in parte dovuta al patriottismo e in parte alla paura del domani.
Ma anche adesso la locomotiva americana non se la cava poi tanto male. L'economia statunitense, si veda l'ultimo Rapporto dell'Isae, dopo una flessione del terzo trimestre 2001 (quando il Pil scese dell'1,3% su base congiunturale e annuale) e il recupero del quarto (1,7%), ha mostrato una vistosa accelerazione (nonostante le turbolenze dei mercati finanziari) nei primi 3 mesi del 2002 con una variazione del 6,1%. Gli apporti principali sono venuti dalla spesa pubblica, in particolare da quella per la difesa, mentre i processi di accumulo delle scorte hanno contribuito alla formazione del Pil per 3,4 punti percentuali (a prova di un'economia vitale). Non è stato così nell'Eurozona. Dopo il forte rallentamento dello scorso anno, culminato con una riduzione del Pil nel quarto trimestre (- 0,3% rispetto a quello precedente) la crescita ha mostrato nei primi tre mesi del 2002 un timido segnale di ripresa (0,3%). Il tono però è ancora fragile, sostenuto prevalentemente dalle esportazioni.
Al modesto incremento dei consumi pubblici si è accompagnata una stagnazione di quelli privati.
Per l'Italia non vi è nulla di nuovo sotto il sole.
I nostri governanti (insieme a tanti colleghi europei) sembrano passeggeri in attesa del bus della ripresa, proveniente da Oltreoceano. Ancora una volta non si accorgono che quel bus è già passato, ma che loro non si erano svegliati in orario.