"Manovra": Parola in
libertà o arnese da "guerra
fredda"?
di Artemio
Ruggeri
La maggioranza è riuscita a
varare il decreto omnibus, ma gli effetti del
provvedimento non basteranno a dare certezza e stabilità ai conti
pubblici, quando arriverà il "generale autunno". Nei giorni scorsi, l'Ocse ha ipotizzato
per l'Italia la possibilità di una stretta per essere in linea con gli impegni
europei. In luglio, vi è stata una forte accelerazione del fabbisogno,
attribuita dal Tesoro ai ritardi della crescita economica. Questo annuncio, per i tecnici di
Tremonti, suona come un funesto presagio.
Fin dalla primavera dello scorso anno, il titolare della politica economica
ha scommesso sullo sviluppo, confidando che la ripresa avrebbe consentito di
superare le difficoltà di bilancio (ricordiamo tutti la polemica sull' "extradeficit" condotta contro il Governo Amato), senza che vi fosse la necessità di assumere
provvedimenti impopolari sulla spesa.
L'uso della parola "manovra" era stato
proibito (come se fosse un "arnese della guerra fredda"). In un primo momento si
era pensato che bastasse il "pacchetto dei 100 giorni" per dare fiato alla
congiuntura. La tragedia dell'11 settembre ha ben presto reso vane queste
speranze, ma ha fornito un alibi all'attendismo del Governo, in occasione della
legge finanziaria per il 2002.
Poi è arrivata in
soccorso una serie di operazioni finanziarie "una
tantum", come le cartolarizzazioni, le dismissioni immobiliari
e lo scudo
fiscale. Non tutte le cose sono andate bene. Sulle cartolarizzazioni (Lotto,
Enalotto e immobili) si è messa di mezzo persino l'Eurostat contestando
l'attribuzione dei proventi al 2001. Ma lo stellone ha aiutato il Belpaese anche
quando si è trattato di ottenere da Bruxelles la possibilità di rinviare il
pareggio di bilancio. L'Italia si è agganciata alla ruota di Francia e Germania,
acquisendo una deroga fino al 2004 (nel Dpef è previsto un piccolo deficit dello
0,3% anche in quell'anno).
Così, al cospetto di un quadro generale abbastanza
definito, si pone ora il problema della credibilità
del disegno del Governo. Nel Dpef, è contenuto un programma molto
ambizioso in materia fiscale. Del resto, Berlusconi non potrebbe mancare
nuovamente il principale obiettivo della campagna elettorale.
Così, nel Patto per l'Italia (una vertenza cominciata sul terreno del
mercato del lavoro e conclusasi su quello fiscale) sono compresi impegni di non
agevole realizzazione. L'Esecutivo ha promesso, per un ammontare di 5,5 miliardi
di euro, sgravi a favore dei redditi medi e bassi; per quanto riguarda le
imposte sulle società ha indicato, come avvio della riforma, la riduzione
di
due punti di aliquota; per l'Irap, il punto di partenza è dato dal taglio, per
500 milioni di euro, della componente delle retribuzioni nella base imponibile.
Si tratta certamente di propositi condivisibili;
sempre che venisse individuato il modo con il quale farvi
fronte.
E' stata la Corte dei Conti a segnalare che l'intervento
previsto, di 12 miliardi di euro, non solo non sembra sufficiente, ma che non
sono neppure individuati, nel Dpef, i mezzi con i quali conseguirlo. Il fatto è,
purtroppo, che il pallone aerostatico delle ripresa, a cui il Governo appendeva
ogni sua speranza, non sembra prendere il volo, neppure oltre Oceano.
E se non parte la locomotiva
americana, l'Europa, da sola, non può farcela; tanto meno l'Italia.
Gli osservatori internazionali affermano che tutte le previsioni di crescita
devono essere riviste.
Pure in Italia faremmo bene a
scordarci di tassi di sviluppo vicini al 3% ed
accontentarci di una quota di incremento intorno all'1,5%. Il Governo, allora, deve riconsiderare radicalmente la propria
strategia (meglio avrebbe operato se tali problemi se li fosse posti un anno
fa). Non ci si può avventurare lungo la giusta via tracciata dalla riforma
fiscale in una logica di riduzione della pressione (mentre diminuisce per suo
conto il gettito), se non si mette contemporaneamente in campo un piano serio di
contenimento della spesa corrente.