Il dopo D'Alema e la foresta pietrificata del Cinese
Del Patto per l'Italia è importante il senso politico

5 idee di Giuliano Cazzola
 
1. Sul piano formale il ministro Maroni ha ragione: non si capisce perché un'organizzazione che non ha sottoscritto un accordo dovrebbe prender parte alla sua attuazione, per di più solo in maniera polemica. Chi ha più giudizio, però, deve farne uso.
Se fossi nel Governo non chiuderei la porta in faccia a nessuno, a costo di avere al tavolo uno scomodo convitato di pietra.
2. Che dire del Patto?
Per quanto riguarda il mercato del lavoro, il giudizio più equilibrato lo ha dato Pietro Ichino sul Corriere della sera.
Il Patto, in fondo, non contiene aspetti diversi da quelli negoziati a suo tempo tra Governo dell'Ulivo e sindacati (tutte e 3 le confederazioni, in questo caso) che poi diedero vita al pacchetto Treu. Anche la soluzione per la revisione dell'articolo 18 somiglia molto ad un tentativo di salvare la capra del Governo e i cavoli dei sindacati. Il fatto che la norma sia in un disegno
di legge autonomo può anche significare che il problema è finito su di un binario morto. Ricordate la vicenda delle 35 ore promesse a Bertinotti?
Chi parlò più di quel tema dopo un mese? La levata di scudi della Cgil è inconcepibile e strumentale. Soprattutto quando
questa confederazione ha avanzato la proposta di abbassare a 7 il limite dei dipendenti oltre cui si applica la reintegra.
Se questo diritto (non alla tutela contro i licenziamenti ingiusti che è salvaguardata - ma a quella particolare protezione che comporta la reintegra manu militari nel posto di lavoro) è così importante da determinare uno scontro sociale tanto aspro in via di principio, non si capisce perché non ne debbano godere tutti i lavoratori. Se invece sono possibili modulazioni, adattamenti, allora perché rifiutarsi persino di discuterne? Più in generale, il punto debole del Patto è lo stesso della politica del Governo: non si può avviare una riforma fiscale ambiziosa senza avere un progetto di contenimento della spesa corrente che, al netto degli interessi, è data dagli stipendi della pubblica amministrazione e dalla spesa sociale, quella stessa che il governo si è impegnato a non toccare.
3. Del Patto per l'Italia è importante il senso politico. Come già avvenne nel 1984 (con la vicenda della scala mobile), si è infranto il diritto di veto della Cgil, che attanagliava il campo delle relazioni industriali fin dal 1998, quando con la stipula del Patto di Natale, Cofferati riuscì a portare al Governo di Massimo D'Alema il viatico dei sindacati, ottenendo in cambio una promessa di assoluto immobilismo. Dopo di allora i diktat del Cinese hanno trasformato la concertazione in una foresta pietrificata.
Furono i Governi di Centro-sinistra (e soprattutto le due coalizioni guidate dal presidente della Quercia) che subirono, per primi,
il conservatorismo della Cgil, rinunciando a qualunque progetto di innovazione, di cui erano stati protagonisti in precedenza. Quanto ha pesato nella sconfitta elettorale del 2001 l'immagine di una coalizione eterodiretta dal capo della confederazione rossa?
4.
Oggi Cofferati e la Cgil sono, innanzi tutto, un'occasione ulteriore di imbarazzo e di divisione della sinistra.
Mi colpisce il monolitismo della Cgil: tutti insieme appassionatamente al seguito di un leader-satrapo che sembra il padrone assoluto di un grande sindacato che ha sempre avuto una dialettica interna viva e vitale. Sono impressionato di questa trasformazione settaria.
E mi dispiace che un'organizzazione a cui sono affezionato si getti via così. Diventi il ricettacolo di tutte le frustrazioni, di ogni sconfitta subita dalla sinistra italiana, agiti la bandiera di un'identità in declino, condannata dalla storia e dalla economia.
Non si portano a scioperare a lungo i lavoratori solo per ragioni di appartenenza. Qualcuno al cinema avrà visto "La carica dei 600"? Non fu un atto di eroismo, ma un ordine stupido, male interpretato.
5. Certo, la situazione che si apre è densa di problemi. Nel campo delle relazioni sindacali si respira un clima da guerra civile, con una parte degli interlocutori che negozia e conclude accordi, con un'altra, non meno importante, che organizza un'opposizione irriducibile. Se le cose dovessero continuare così prima o poi occorrerà porsi un problema di ordine strutturale contro il quale si va sempre a sbattere quando si tratta del sindacato: chi rappresenta chi?
Ovvero come si decide legittimamente in un clima di pluralismo sindacale per di più conflittuale?
6. Io una risposta me la sono data. L'articolo 39 della Costituzione aveva risolto fin dal 1948 il problema della rappresentanza
e della rappresentatività. Si dice che sia superato. Io non lo credo, tanto più che la Commissione bicamerale presieduta da D'Alema lo aveva riconfermato. Per darvi attuazione basta una legge ordinaria: in sei mesi il problema può essere risolto.
Non c'è altra soluzione. I principi dell'articolo 39 non possono essere violati pena l'incostituzionalità di qualsiasi normativa difforme. Tanto vale allora darvi applicazione magari in senso evolutivo anziché restare a bagnomaria.