Fondi Pensione: Se Atene piange Sparta non ride
 
intervista a Giuliano Cazzola di Lucy dall'Ombra
 
Giuliano Cazzola è considerato uno dei maggiori esperti italiani di previdenza, anche se lui si schernisce dichiarando che in questo giudizio ci sia molta esagerazione. Ha appena chiuso l'esperienza di membro del Collegio dei sindaci dell'Inpdap e ha iniziato a ricoprire il medesimo ruolo all'Inps. E' stretto collaboratore del Ministro del Welfare Maroni e rappresenta l'Italia presso la Commissione delle politiche sociali della Ue. In questi giorni è in uscita il suo ultimo libro dedicato ai problemi pensionistici:
"Guida 2002 ai fondi pensione" edito da Bancaria editrice la casa editrice dell'Abi. Con Cazzola parliamo delle nostre pensioni.
 
1) Caro Cazzola, qual è l'attuale situazione della previdenza in Italia? Quali sono le aree di emergenza?
 
In questi ultimi anni il sistema pensionistico è stato sottoposto a tutti i grandi mutamenti demografici, economici e sociali che hanno interessato il Paese. E come una spugna ha assorbito tutto e il suo contrario. Sembra il ritratto di Dorian Gray che raccoglieva su di sé tutti gli insulti del tempo che passava. Vediamo i dati ufficiali. In 21 anni il numero totale dei trattamenti pensionistici è cresciuto di oltre il 25% passando da 17,2 milioni a 21,6 milioni; la pensione media è aumentata di quasi il 90% in termini reali, la spesa totale è più che raddoppiata passando da 148mila a 331mila miliardi di lire. Il rapporto tra spesa totale e Pil è aumentato di circa 4 punti percentuali (dal 10,6% al 14,7%). In pratica, la questione pensioni è quella centrale della nostra finanza pubblica. L'Italia deve pareggiare il bilancio entro il 2003; nel contempo vuole ridurre la pressione fiscale, accrescere le risorse per gli investimenti pubblici e le infrastrutture. Tutto ciò deve coesistere con un disavanzo pensionistico strutturalmente pari all'1,7% del Pil ( se si aggiunge la quota di spesa di carattere assistenziale che è parte della spesa pensionistica si arriva ad oltre il 4% del Pil). Per giunta, l'Italia dedica alle pensioni una quota superiore al 60% della spesa sociale sostenuta.
Ciò vuol dire che non restano margini per l'innovazione delle politiche sociali, per far fronte ai nuovi bisogni, per dislocare i programmi di welfare a sostegno del mercato del lavoro.
Pensi alla questione dei c.d. ammortizzatori sociali. Da anni non si riesce ad attuarne un riordino compiuto per mancanza di risorse, nonostante che queste voci (assegni familiari, cassa integrazione, disoccupazione, indennità varie) abbiano saldi attivi per almeno 10mila miliardi ogni anno, che sono regolarmente usati per pagare le pensioni. E siamo appena all'inizio di un processo di deterioramento che accompagnerà i trend di invecchiamento della popolazione.
Presto si porranno problemi anche sul terreno dell'occupazione.
Noi vantiamo tassi di attività ridicoli delle coorti in età superiore ai 55 anni. Eppure a Lisbona, quando la Ue ha assunto l'obiettivo di un notevole allargamento della popolazione in attività, si è sottolineato in particolare l'esigenza di agire sulle persone con più di 45 anni. Da noi l'istituto del pensionamento di anzianità è il vero punto critico. Ancora oggi consente a centinaia di migliaia di persone di andare in quiescenza poco più che cinquantenni. Dal 1996 al 2000 si sono avvalsi di questa possibilità oltre 1.230.000 lavoratori: l'equivalente della popolazione di una grande città. Negli anni '90 sono state fatte importanti riforme che hanno cambiato la situazione.
Pensi che la spesa pensionistica è crescita ogni anno mediamente del 7,6% (del 3,9% al netto dell'inflazione) nel decennio 1990-2000. Se si considera solo il periodo compreso tra il 1998 e il 2000 tale incremento si riduce al 3,6% (1,9% al netto dell'inflazione). Ciò significa che le riforme hanno lasciato un segno. Ma gli stessi dati ci dicono che i trend di spesa torneranno ad aumentare nei prossimi anni sia pure non ai livelli di un decennio fa. E che i risparmi si otterranno a scapito delle generazioni future.
 
2) Come cambierà il sistema pensionistico alla luce del disegno di legge delega approvata dal Consiglio dei Ministri? Porterà dei benefici o degli svantaggi?
 
A mio avviso siamo ancora lontani da una soluzione definitiva della questione pensionistica. Per altro, a leggerla con attenzione, questo giudizio è espresso anche dalla relazione tecnica al disegno di legge. Non vengono affrontati i nodi strutturali che riguardano fondamentalmente l'esigenza di innalzare (è il medesimo problema che si pone in tutti i Paesi sviluppati) l'età effettiva di accesso alla pensione in rapporto alle nuove aspettative di vita. Il Governo ha cercato di accarezzare la belva per il verso del pelo. Mediante una incentivazione a restare volontariamente al lavoro (incassando metà della contribuzione risparmiata) sia pure mediante una novazione del rapporto (da tempo indeterminato a termine). Poi, c'è la sciagurata certificazione dei diritti (ovvero la promessa di non cambiare neppure in futuro le regole) che finisce per santificare le pensioni di anzianità come se fossero Padre Pio e per irrigidire il sistema, trasformando mere aspettative di fatto in veri e propri diritti.
La sola cosa dotata di un certo impatto strutturale è lo smobilizzo del tfr a fronte di misure compensative di decontribuzione (l'aliquota obbligatoria dovrebbe calare di 3-5 punti per i nuovi assunti).
 
3) Pensa che sia veramente possibile che il taglio dei contributi per i neo assunti a tempo indeterminato non abbia conseguenze negative sulle future pensioni?
 
Tra le tante e motivate critiche al disegno di legge delega sulle pensioni le sole dotate di scarso fondamento vengono avanzate dai sindacati confederali. Secondo le organizzazioni sindacali l'impianto previsto colpirebbe i giovani lavoratori di nuova assunzione (quelli interessati alla decontribuzione), in quanto risulterebbe ridotta la loro copertura pensionistica.
La realtà è completamente diversa. Purtroppo la spiegazione richiede un discorso lungo.
E' bene ricordare che il sistema obbligatorio -anche laddove si applica il calcolo contributivo resta a ripartizione
(ovvero i contributi riscossi dai lavoratori attivi vengono utilizzati simultaneamente per pagare le pensioni vigenti).
Per coloro il cui trattamento è regolato dal metodo contributivo, la riforma Dini ha introdotto due tipi di aliquote che non devono necessariamente coincidere: quella di computo, assolutamente virtuale, nel senso che, ogni anno, si scrive sulla posizione individuale del lavoratore un accredito (poi rivalutato) pari al 33% della retribuzione. La somma di questi accantonamenti virtuali va a formare il montante contributivo che servirà, a suo tempo, a determinare l'importo della pensione sulla base di alcuni coefficienti di trasformazione legati all'età anagrafica all'atto della quiescenza.
Nello stesso periodo, il lavoratore e il datore versano agli Enti gestori (Inps, Inpdap, ecc.) il 32,7% della retribuzione che serve
a finanziare non le pensioni future ma quelle in essere.
In sostanza, quanto è pagato dagli attivi viene usato per fare solidarietà con i pensionati sul versante della ripartizione.
In cambio, ai primi si riconosce un credito del tutto virtuale, che sarà onorato dalle generazioni future, alle condizioni possibili in quel momento. C'è da chiedersi, dunque, se i giovani siano garantiti meglio, oggi, da una promessa non sostenuta da risorse reali (le quali sono impiegate altrove) o, domani, da una quota più consistente di reddito (in questo caso il tfr) che va alla ricerca di rendimenti effettivi sui mercati, col metodo della capitalizzazione (e quindi con l'imputazione al singolo individuo), attraverso
i fondi pensione. Inoltre, i sindacati sanno benissimo che il Governo si è impegnato a compiere un'altra operazione di salvaguardia, questa volta, della pensione pubblica. Si ridurrà l'aliquota di finanziamento, ma resterà inalterata l'aliquota di accredito (così si interpreta lo scrive chiaramente la relazione tecnica - la norma quando afferma che non ci devono essere effetti negativi per l'importo della pensione). Ne deriva, credibilmente, che il montante contributivo, almeno per alcuni anni, continuerà ad essere computato in misura del 33% anche in presenza di un'aliquota di finanziamento più bassa (come accade ora per
i lavoratori autonomi). Così il lavoratore nulla dovrebbe perdere, anche per quanto riguarda la sua pensione pubblica.
 
4) Tra gli obiettivi della delega c'è il rilancio dei fondi pensione, tramite lo smobilizzo del tfr.
Pensa che sia una misura sufficiente?

Si tratta di un'operazione di consistenti dimensioni, la sola che dia un po'di carattere strutturale alla delega. Pensi che si trasferirà obbligatoriamente ai fondi (che ora incassano mediamente 2-3mila miliardi l'anno) un ammontare dell'ordine di almeno 25mila miliardi ovvero di 13 miliardi di euro. Io non condivido molto questo afflato dirigistico. In pratica, le nuove liquidazioni devono essere impiegate necessariamente in forme di previdenza integrativa; ed è previsto un netto privilegio per i c.d. fondi chiusi, istituiti dalla parti sociali. E' una vera e propria overdose. Io resto dell'opinione che per fare fronte alla perdita di gettito derivante dalla decontribuzione misura necessaria per garantire lo smobilizzo del tfr si debba contenere necessariamente la spesa.
Non basta che la delega si sia preoccupata di realizzare maggiori entrate attraverso l'incremento anticipato di ben 4 punti dell'aliquota dei parasubordinati, nonostante un attivo, previsto per il 2002, di oltre 6mila miliardi di lire della loro cassa.
 
5) Perché in Italia lo strumento fondi pensione non ha avuto successo?
 
In verità, gli ultimi dati Covip indicano che è in atto un lento ma sicuro progredire. Sono 2 milioni gli italiani coinvolti da questa esperienza, di cui 1,2 milioni di nuovi aderenti a nuovi fondi. Le ragioni dell'incerto incedere sono tante: alcune di carattere contingente altre di natura più complessa e strutturale. Tra le prime va annoverata la prassi che io chiamo del cantiere legislativo sempre aperto. Dal 1993 ad oggi, praticamente, non è passato anno senza che il legislatore non intervenisse in materia con nuovi provvedimenti. Come se il ricorrere a nuove leggi consentisse di superare i limiti riscontrate con quelle precedenti.
Così si è destabilizzato il settore, sempre in attesa di nuove disposizioni. Poi, c'è da dire che il netto privilegio riconosciuto ai fondi di origine contrattuale ha consegnato l'esperienza dei fondi pensione al modello di rappresentanza sociale proprio del sistema delle relazioni industriali. Gli aderenti ai fondi sono una élite della élite degli insiders. Basti pensare che la grande maggioranza è occupata in grandi imprese, che ha un'età più elevata di quella degli iscritti ai regimi obbligatori, che i giovani sono assai pochi. Servirebbe una grande opera di liberalizzazione tra le diverse forme di previdenza complementari (fondi chiusi, aperti, piani individuali). Speriamo che il Governo si muova in questa direzione, come la Casa delle libertà aveva scritto nel suo programma elettorale. Utente dei fondi in sostanza è il popolo sindacalizzato, quello collegato al sistema contrattuale.
 
6) Cosa pensa sia necessario per rendere allettante un fondo pensione?
 
Ci sono diverse misure, come il livello di agevolazione fiscale e contributiva consentito. Per ora , a certe condizioni, la contribuzione aevolata ammonta al 12% del reddito fini a un massimo di 10 milioni di lire annue. La delega dovrebbe ampliare questi importi. Il problema di fondo, però, è un altro. Bisogna creare una base economica adeguata per i fondi pensione, riducendo il peso della previdenza obbligatoria. Solo così si libererà una quota di reddito da destinare alla previdenza integrativa. La delega tenta di muoversi su questa strada.
 
7) Se non ci sarà l'auspicata crescita della previdenza integrativa, pensa che il sistema previdenziale arriverà al collasso? Se sì, quando?
 
E' difficile fare previsioni di questo tipo. Se stiamo alle verità ufficiali il sistema pubblico dovrebbe avviarsi verso un periodo critico, per poi ritrovare un migliore equilibrio più avanti: la spesa dovrebbe salire fino al 16% del Pil intorno al 2035 per poi ridiscendere sul 14% verso la metà del secolo. In realtà, la situazione è più complessa ed incerta. Anche perché mentre si incrementerà la spesa non cresceranno adeguatamente le entrate. E quindi cresceranno i deficit. Il rafforzamento del secondo pilastro è un modo per ripartire il rischio. Anche i fondi pensione non fanno i miracoli. Tuttavia, si devono mettere insieme due "debolezze, per fare non dico una forza ma almeno una debolezza inferiore.
 
8) Quali sono le principali differenze tra i fondi pensione e le polizze assicurative a scopo previdenziale?
Per un giovane di 30 anni che entra oggi nel mondo del lavoro, quale ritiene che sia lo strumento migliore
per garantirsi la pensione futura?
 
I fondi pensione sono il caso classico della previdenza privata collettiva: possono essere chiusi (ovvero limitati alla partecipazione di una categoria organizzata da comuni vincoli contrattuali) o aperti (ovvero promossi da soggetti di mercato).
Le polizze a scopo previdenziale sono parte della normativa introdotta dal dlgs n.47/2000 e sono una delle forme con cui possono realizzarsi i piani pensionistici individuali. A queste forme ad alto potenziale innovativo devono essere applicate
(per ottenere il medesimo trattamento fiscale) le griglie regolamentari previste per i fondi pensione. In questo modo il legislatore ha inteso standardizzare le prestazioni qualunque sia il soggetto erogatore.
 
9) Cosa direbbe per convincere gli italiani che la previdenza integrativa è uno strumento indispensabile
per garantirsi il futuro?
 
Spiegherei loro i vantaggi (senza esagerare, però). Innanzi tutto ci sono le agevolazioni fiscali e contributive; poi c'è il contributo
a carico del datore di lavoro al fondo versato ai lavoratori aderenti. Inoltre, bisogna ricordare che il sistema di vigilanza mette al riparo da gravi rischi. Poi, c'è tutta la griglia delle garanzie, legislative e statutarie. Certo, anche i fondi pensione non fanno miracoli. Nel 2000, ad esempio, il rendimento medio netto dei fondi chiusi è stato del 3,6%, quello dei fondi aperti del 2,9%, quello stabilito dalla legge per il tfr (75% del costo della vita più un punto) ha comportato una rivalutazione del 3,5%.
Se Atene piange Sparta non ride.
 
Grazie Cazzola e auguri per le sue previsioni.......