Giornalisti inTrincea: Omaggio al coraggio di
Giuliano Cazzola
Commemorazione di Marco Biagi
di Giuliano
Cazzola
IN RICORDO DI MARCO
BIAGI
Giuliano Cazzola (Bologna 7.5.2002)
Credo che il
miglior modo di ricordare un amico scomparso sia quello di parlare del rapporto
che mi legava a lui, del pezzo
di strada percorso insieme nel cammino
dell'esistenza. Chi ha una vita lunga come la mia stenta a collocare con
precisione
gli eventi all'interno dello scacchiere degli
anni trascorsi.
Il primo ricordo che ho di Marco si
perde lontano: genericamente,
a metà degli anni '70.
Arrivò a casa mia, in anticipo rispetto all'ora
dell'appuntamento, un ragazzo educato, compunto, apparentemente controllato
nelle emozioni se non fosse per quel sorriso che gli attraversava lo sguardo: un
sorriso franco e indagatore come se cercasse di scrutare il proprio
interlocutore prima di aprirsi alla sua confidenza; lo stesso sorriso, insieme
cauto e fiducioso, che ora si può afferrare negli occhi di Francesco e Lorenzo.
Il prof. Federico
Mancini (del quale mi considero allievo anche se non ho seguito la
carriera universitaria) mi aveva affidato il più giovane dei suoi assistenti.
Dovevo dargli un passaggio per Roma, anzi per Ariccia. Là, presso il Centro di
formazione della Cgil, Gino
Giugni, lo stesso Mancini e Tiziano Treu
avevano riunito le loro "scuole" in un seminario chiamato a valutare quali
contenuti e programmi - particolarmente nel campo del diritto del lavoro -
dovessero avere i corsi delle 150 ore, allora in partenza in tutta Italia. Si
trattava di una delle conquiste contrattuali dei metalmeccanici degli anni
ruggenti, che avrebbe consentito, nel tempo, a centinaia di migliaia di
lavoratori di acquisire il titolo della scuola dell'obbligo di cui erano
sprovvisti.
Quelli erano anni fatti così; si
credeva nelle cose. Il sindacato, allora, (io ne facevo parte da tempo) era
capace di mobilitare le coscienze, di offrire grandi stimoli culturali. Gli
intellettuali si mettevano in fila per prendervi parte, con spirito di servizio,
senza chiedere nulla se non di esserci. Per Marco quella era forse la prima
occasione di avere contatti con il mondo universitario in cui si accingeva ad
entrare, per conoscere da vicino quei maestri dei quali aveva letto solo i
libri. Per me quell'invito rappresentava l'occasione di una temporanea e
gratificante associazione ad un ambiente culturale di grande prestigio.
Forse, più che le ore passate insieme, alternandoci alla guida della mia
Fiat 124 bianca, fu quell'entusiasmo convergente a farci diventare amici. Negli
anni successivi tante cose ci tennero insieme, magari in modo intermittente: la
comune militanza socialista, ad esempio. Ma soprattutto quella curiosità che
ognuno di noi aveva di guardare nel campo dell'altro: Marco era un giurista con
un forte senso pratico, attento ai processi reali e pertanto interessato a ciò
che si muoveva nell'attività sindacale; io non volevo rinunciare a quella
riflessione critica che la cultura giuridica poteva offrirmi, a salvaguardia del
rischio di autoreferenzialità che colpisce, prima o poi, tutti coloro che vivono
e operano nelle grandi istituzioni.
Così, cominciammo ad utilizzare l'uno
l'esperienza e il ruolo dell'altro. Per Marco la collaborazione col sottoscritto
significò essere coinvolto in quelle esperienze che il sindacato offriva agli
intellettuali militanti; a me la stima di Marco consentì di partecipare a
qualcuna delle tante attività didattiche che Biagi gestiva. Col passare degli
anni e col cambiare delle situazioni personali (nel frattempo avevo lasciato il
sindacato), Marco ritenne di avvalersi della mia esperienza nel campo
previdenziale, per i corsi di formazione post laurea che curava, insieme
all'allievo prediletto, prof. Tiraboschi.
Il salto di
qualità dei rapporti tra Marco e il sottoscritto avvenne intorno alla metà degli
anni '90, quando, pur svolgendo le mie
funzioni in posizione di fuori ruolo, io fui nominato dirigente generale di quel
Ministero del lavoro, dove Marco era prezioso collaboratore di un comune amico
divenuto ministro: Tiziano Treu, la persona che ha il merito di aver
valorizzato, per primo, le capacità e la tenacia di Marco, mettendole al
servizio del Paese.
Quelli per me non furono anni
facili. Le mie convinzioni mi portavano a criticare la riforma delle
pensioni che Treu aveva promosso, nel 1995, a seguito di un'intesa di ferro con
i sindacati.
Tali posizioni mi attirarono l'ostilità degli ambienti
sindacali e politici cui ero appartenuto per decenni e mi cucirono addosso - in
nome della logica perversa del "chi non è con noi è contro
di noi" - il ruolo del "compagno di strada"
dello schieramento opposto, nonostante io rivendicassi indipendenza di giudizio.
A quel punto ebbe inizio un dialogo serrato con Marco che è continuato per
anni e che aveva come filo conduttore un tema molto delicato, di quelli che
pongono alle persone oneste problemi seri, interrogativi morali molto
stringenti.
Poi, anche Marco - benché non lo volesse - si è trovato ad
attraversare, per responsabilità altrui, il passaggio stretto tra senso di
appartenenza e verità. Basta leggere gli scritti più recenti di Marco Biagi,
basta interpretare le scelte che aveva compiuto per comprenderne il travaglio,
ma anche la fermezza. Posto per lunghi anni davanti all'alternativa tra la
sterile logica dell'appartenenza (ad un contesto che, ad avviso di Marco, era
divenuto sinonimo di immobilismo, conservazione e impotenza) e la fedeltà alle
proprie idee (alla ricerca di una faticosa prospettiva di innovazione), dopo
molte incertezze,
Biagi
aveva optato per difendere quella che a suo avviso rappresentava, nel diritto del lavoro, la
scelta giusta e necessaria;
in una
parola, la sua verità. E lo aveva fatto anche
a costo di sfidare l'incomprensione di tanti colleghi e amici, di sopportare
l'ostilità spesso esagerata di grandi potentati politici e sindacali.
E' questo il Marco Biagi che dobbiamo
ricordare. Perché questo è l'insegnamento che lascia ai suoi figli, ai
suoi allievi.
E' necessaria tanta forza morale nell'imboccare la via della
fedeltà alle proprie convinzioni, anziché restare nel campo tradizionale, anche
a costo di ammainare la bandiera del rispetto verso se stessi. Ma gli strappi
fanno male, impongono una condizione di isolamento, costringono a sopportare
astiose critiche e ingenerose accuse che solo una coscienza serena consente di
sopportare. E non viene in soccorso l'attenzione degli altri, dei casuali
alleati di oggi, che in fondo non si conoscono e non si amano, anche quando si
spera di poter trovare in loro quella capacità di innovazione vanamente
predicata a lungo, incontrando nel proprio campo soltanto orecchie sorde,
rinunciatarie e risentite.
Oggi non faremmo un servizio
alla memoria di un amico indimenticabile tacendo come questo angoscioso rovello
abbia avvelenato gli ultimi mesi della vita di Marco ben più, forse, della
situazione di insicurezza personale in cui l'avevano colpevolmente
lasciato. Certo, un martire è scomodo per tutti.
Quando un uomo giusto come Marco è caduto ammazzato, quando la sua morte ha colpito tanto a fondo l'opinione pubblica, quando si è compreso di quanto
lavoro fosse capace e di quale pasta fosse fatto questo professore tutto studio,
casa e famiglia, in tanti hanno cominciato a domandarsi se, nei suoi confronti
non fossero stati commessi degli errori, se il tribunale "dell'appartenenza
cieca e assoluta" non fosse stato troppo severo con lui.
Così, mentre una parte dello
schieramento politico si ingegnava a mettere a frutto, per la propria causa,
l'eroismo del nostro amico, l'altra tentava un'opera di rivalutazione postuma.
Ma nel farlo era disposta a perdonargli il "libro bianco", ma non riusciva a mandar
giù l'amaro boccone della modifica dell'articolo 18. Ecco, allora, che è iniziata una libera interpretazione
del pensiero di Biagi, fatta di testimonianze, frasi intercettate in qualche
intervento, al fine di dimostrare che lui non poteva essere d'accordo con
"quell'infame attentato ai diritti dei lavoratori", come viene presentato
l'articolo 10 della delega. Certo, Biagi sapeva benissimo tale norma non era una
leva in grado di "sollevare il mondo" del lavoro. Chiunque voglia presentare il
problema in termini corretti conosce i limiti della revisione proposta, sa
valutare gli innumerevoli errori tattici compiuti dal Governo. Biagi però (lo ha
scritto decine di volte) non aveva dubbi sulla necessità di una svolta nella
disciplina dei licenziamenti, anche mettendo in conto un'aspra conflittualità
sociale di cui non comprendeva le ragioni e che lo amareggiava profondamente.
Non ho inteso ricordare queste vicende per portare acqua al mulino di qualche
tesi o per imbastire misere ed inutili polemiche.
Ma se mi è consentito di
ribaltare l'incipit dell'orazione funebre di Marc'Antonio davanti al cadavere di
Cesare, io non sono qui a seppellire Biagi, ma ad onorarlo. A testimoniare,
cioè, che una persona come il prof. Marco Biagi non muore per caso, per un
errore di valutazione dei suoi assassini, per la viltà di chi ha voluto colpire
una persona inerme. Marco è caduto in ragione delle sue idee alle quali non ha
voluto rinunciare pur sapendosi in pericolo.
Resta da chiedersi se ne valesse
la pena. Per noi che lo abbiamo amato la risposta è ardua. E' così enorme,
ingiusto e lacerante il sacrificio "privato" di Marco padre, marito, figlio,
amico, studioso che nessun risultato "pubblico" (ammesso e non concesso che vi
possa essere) potrà mai minimamente compensare quella perdita.
Ma è proprio il Marco "privato"
che dobbiamo portare con noi, non
solo nel ricordo della sua tenerezza, ma anche in
memoria del suo coraggio.
Di quel coraggio con cui egli ha difeso la libertà di noi
tutti, perché non vi sarebbe più libertà se la paura
ci condannasse al conformismo o ci costringesse a tacere.