D'Alema stretto tra Le Pen e
Lin Piao?
di Artemio Ruggeri
Le prime reazioni all'incredibile responso del primo turno delle elezioni
presidenziali francesi sono influenzate dal successo
di Le Pen. Il
fatto che il candidato della destra più nera e reazionaria che esista nel
vecchio Continente sia entrato in ballottaggio è un segnale inquietante
meritevole di essere analizzato con tutte le preoccupazioni del caso, se solo si
pensa al clamore suscitato, alcuni anni or
sono, dal successo, in Austria, di una formazione politica ambigua, che,
tuttavia, rispetto alle posizioni del Fronte
nazionale di Le Pen, somiglia ad una confraternita di educande. Ma è altrettanto
clamoroso l'altro evento del cataclisma elettorale di domenica: la disfatta di Lionel Jospin, che non era solo il candidato
socialista (del partito, cioè, che aveva vinto le elezioni legislative), ma
anche il premier del governo al quale non c'erano da rimproverare mosse
impopolari né una cattiva amministrazione, dal
momento che la condizione economica e sociale della Francia non presenta
particolari gravi problemi.
Per di più, Laionel Jospin impersonava, nell'ambito del socialismo europeo,
l'altra linea:
quella più tradizionale rispetto al riformismo di Tony Blair e del New
Labour.
Durante il suo governo, non si era
mai parlato di riforma delle pensioni, sebbene, all'inizio della legislatura
fossero venuti segnali di allarme da parte del Consiglio economico e sociale
(una specie del Cnel italiano).
L'idea di flessibilità del lavoro non godeva di molta
popolarità (anzi era stata introdotta una disciplina più vincolistica in materia
di licenziamenti). Poi, Jospin aveva reso possibile l'obiettivo di una parte
della sinistra politica e sindacale: la riduzione per legge dell'orario di
lavoro a 35 ore settimanali. Il premier francese governava, per altro, con una
coalizione ispirata all'unità della gauche, al cui interno stava un Partito comunista non pentito. Insomma, Jospin
rappresentava un caso da manuale per un certa sinistra nostrana: quella, per
intenderci, sconfitta al Congresso diessino di
Pesaro, poi tornata in auge al seguito della "resistibile ascesa" della Cgil di Sergio Cofferati. Sono note le analisi compiute da
tali componenti per spiegare l'insuccesso elettore del 2001: la coalizione
dell'Ulivo e dei suoi alleati ha perso voti a sinistra, sia perché non è stata
in grado di allearsi con il Prc, sia perché ha fatto troppe concessioni alle
mode neoliberiste, anziché difendere ostinatamente le posizioni tradizionali in
materia di welfare state e di mercato del lavoro. Così, i voti popolari si sono
rifugiati nell'astensionismo, da dove possono essere recuperati attraverso
scelte politiche (cosa vorrà mai dire?) più orientate a sinistra.
Auguriamoci che la lezione francese (del resto pure in Germania la Spd non
se la passa tanto bene) faccia riflettere i sostenitori di queste posizioni che
stanno prevalendo anche in Italia. O quanto meno speriamo che essi si sforzino
di dare convincenti spiegazioni (prima di tutto a sé medesimi) del perché il
quadro politico della Francia si è ribaltato, al punto che i socialisti saranno
costretti a votare, nel secondo turno, per Jacques
Chirac pur di salvare un minimo di decenza.
Per
le vicende di casa nostra, l'analisi giusta l'aveva
fatta, a Pesaro, Massimo
D'Alema, che rimane il
leader più intelligente ed autorevole della sinistra
italiana, nonostante che,
nell'attuale clima da Rivoluzione culturale
postdatata, corra il rischio di fare la fine di Lin
Piao. Il Presidente della Quercia, nel suo intervento congressuale,
sostenne che per comprendere le ragioni della sconfitta del 2001 la sinistra
dovesse interrogarsi sui motivi della vittoria del 1996. Allora, l'Ulivo seppe indicare alla
parte migliore del Paese la prospettiva della moneta unica e tener fede a quella
promessa. Poi, nell'azione di governo, dopo la caduta di Prodi, vi fu solo l 'incapacità di proporre quel
cambiamento e quella modernizzazione della società che le nuove regole
dell'economia imponevano. Ecco perché dalla crisi francese (magari con
l'appendice della Sassonia) sarebbe bene che la sinistra traesse lezioni
preziose.
Domandandosi, innanzi tutto, se i girotondi di Nanni Moretti e le oceaniche manifestazioni "cinesi" di Sergio
Cofferati, anziché essere la medicina, non rappresentino, invece, la
malattia.