Passata la
festa, gabbato lo santo?
di
Artemio Ruggeri
Passata la festa, gabbato lo santo? Lo sciopero
generale è stato fatto: cosa succederà adesso?
Guai se il Governo offrisse l'altra guancia. La
maggioranza del Paese si aspetta che il Cavaliere mantenga le promesse del
meeting di Parma, quando ha evocato l'esperienza di Margaret Thatcher e
ricordato le difficoltà che essa incontrò, anche all'interno del suo partito,
nel portare avanti una linea di riforme che - tutti lo riconoscono adesso, a
cominciare da Tony Blair - hanno salvato il Regno Unito da un inesorabile
declino.
Ad evocare l'immagine della Lady di ferro serve coraggio: l'ex
premier inglese si porta appresso la maledizione della sinistra,
la quale non è mai disposta a riconoscere di
aver avuto torto. L'esempio della signora Thatcher, però, è contagioso e
impegnativo, perché non richiede a un leader di essere particolarmente preparato
(come il professor Giuliano Amato, ad esempio), ma gli impone un faticoso
esercizio di forza morale nel tenere le posizioni ritenute giuste, anche quando
gli avversari non danno tregua.
Berlusconi non ha
cercato lo scontro in atto. Sbaglia analisi chi lo crede capace di un
disegno precostituito di guerra al sindacato. Per naturale vocazione (in ciò non
somiglia all'ex premier di Sua Maestà britannica) il Cavaliere è un "piacione",
attento al consenso, agli umori dell'opinione pubblica, estraneo ai furori
ideologici d'ogni tipo. Per giunta, è ancora affetto dalla "sindrome del '94",
quando Cgil, Cisl e Uil fecero vedere i sorci verdi al Governo della "sua prima
volta".
Così, appena
insediatosi a Palazzo Chigi, Berlusconi diede ai suoi ministri un ordine
preciso: niente grane coi sindacati.
Non a caso la delega in materia di
pensioni è tanto poco rigorosa da risultare (lo ha ammesso la stessa relazione
tecnica al disegno di legge) priva di copertura; non a caso la Finanziaria per
il 2002 ha finito per trascinarsi appresso il "buco" nei conti pubblici,
ereditato dall'Esecutivo precedente, proprio per non urtare i sindacati con
interventi a riduzione della spesa.
Non a caso, il Governo, allo scopo di
evitare uno sciopero, ha stipulato dei rinnovi contrattuali nel pubblico impiego
assolutamente fuori norma e del tutto a rischio sul piano economico.
Siamo
anche convinti che se la compagine governativa avesse immaginato di scatenare un
conflitto tanto aspro, avrebbe certamente evitato di impelagarsi nella revisione
dell'articolo 18 dello Statuto del 1970. Crediamo, infatti, che quella scelta
sia
il prodotto di affidamenti di taluni settori del movimento sindacale che
poi hanno innestato la retromarcia.
Del resto, quando la vertenza ha cominciato ad inasprirsi oltre
misura, il Governo ha percorso ogni possibile via di mediazione, ma ha
dovuto arrendersi, perchè si è accorto che la posizione dei sindacati sulla
richiesta di stralcio non sarebbe cambiata.
A quel punto - pochi giorni
prima che Marco Biagi cadesse sul campo - il Governo decise di tenere duro, di
attraversare la tempesta. Silvio Berlusconi ha capito l'antifona: a una
maggioranza di centro-destra non basta vincere le elezioni, battere i suoi
avversari nelle urne. Le sinistre hanno sempre un'armata di riserva: la
mobilitazione strumentale del sindacato.
La Cgil,
poi, ha voluto candidarsi a
dirigere l'opposizione, anche a costo di mentire ai lavoratori sull'effettiva posta in
gioco della manifestazione di Roma e dello sciopero
generale. L'articolo 18
non c'entra per nulla.
E' capitato per
caso che questo diventasse il casus belli.
Ma se gli eventi sono arrivati a
questo passaggio stretto il Cavaliere non può più sottrarsi alla battaglia.