Buona notte mio dolce principe Marco,
hanno paura della tua
forza morale
di
Giuliano Cazzola
"Un nobile cuore si è spezzato. Buona notte mio
dolce principe. Che un volo d'angeli ti accompagni cantando al tuo riposo".
Queste sono le parole con cui Fortebraccio rende onore al cadavere di Amleto,
condannato dal destino a morire per fare giustizia. Anche Marco Biagi ha
lasciato i famigliari, gli amici, gli studenti ed è caduto per mano assassina
nel crepuscolo addolcito di una serata tiepida e serena, sotto la sua abitazione
a un tiro di schioppo dalle Due Torri.
Noi tutti ci domandiamo
perché è stato ucciso.
Perché una persona mite, che amava la vita, è
diventato improvvisamente un nemico, un "uomo da bruciare".
Cosa aveva fatto di male? Probabilmente, prima o
poi, una "risoluzione strategica" di qualche gruppo terroristico spiegherà per
quali colpe Biagi è stato "giustiziato".
Giurista insigne e preparato, studioso di
diritto del lavoro e di relazioni industriali comparate, Biagi aveva intessuto,
in questi ultimi anni, intensi rapporti europei (aveva avuto degli incarichi
specifici nell'ambito della Comunità).
Solo gli amici lo
sanno: Biagi era molto noto in Giappone, dove si recava spesso ospite di
una della più grandi scuole giuridiche di quel lontano Paese. Marco era anche un
organizzatore culturale: dirigeva una rivista di relazioni industriali ed era ai
vertici di un'associazione (l'Aisri) fondata insieme al suo più grande amico,
Tiziano Treu, il ministro del Lavoro che lo aveva "lanciato", strappandolo dal
tran tran tra Modena (dove insegnava) e Bologna (dove viveva con la famiglia).
Di lui si è detto che aveva collaborato alla stesura del
Libro bianco sul mercato del lavoro. Chi si prendesse la briga di andare a
leggere quelle pagine troverebbe che non vi è un solo riferimento alla modifica
dell'articolo 18 dello Statuto.
La
decisione di inserire un articolo (col numero 10) in materia di revisione della
disciplina individuale dei licenziamenti era stata presa in sede politica.
Probabilmente a Biagi era stato chiesto un lavoro redazionale.
Cosa altro deve fare un consulente? Avanzare,
forse, obiezione di coscienza? Non era il caso. Del resto, Biagi - lo aveva
scritto centinaia di volte - non aveva dubbi sul fatto che una cauta
sperimentazione fosse opportuna e necessaria, proprio per favorire
lo sviluppo e il lavoro. In senso di
una maggiore flessibilità, infatti, si è
pronunciato persino il recente vertice di Barcellona.
E Biagi, nel suo testamento spirituale
(l'editoriale del Sole-24 Ore del 19 marzo), aveva ricordato ai critici di casa
nostra come non sia possibile dribblare o eludere un vincolo attraverso il quale passa gran parte della
competitività e della capacità del vecchio Continente di stare sui mercati.
Ma in cosa consisteva, allora, il "tradimento" di Marco Biagi?
In che modo l'opera di un professore moderato, riformista (orientato
a sinistra) tradiva e violava i diritti sacrosanti dei lavoratori
al punto da far dichiarare che in Italia la
democrazia stessa era in pericolo? Quanti hanno letto l'articolo 10 della delega
sono chiamati a testimoniare della buona fede di un martire del riformismo.
Nella norma era fatta salva la reintegra nel posto di lavoro nei casi di
licenziamenti discriminatori e lesivi dei diritti indisponibili dei lavoratori.
Le uniche modifiche proposte riguardavano talune fattispecie marginali (per
questo non meno importanti) che coinvolgevano settori del mercato del lavoro che
non hanno mai usufruito non solo della tutela prevista dall'articolo 18, ma di
nessun tipo di protezione. In un Paese normale problemi siffatti
si affrontano attraverso il negoziato sociale,
senza pregiudiziali e senza veti. E quando non è possibile realizzare una base
di intesa, intervengono i meccanismi e le garanzie istituzionali in cui risiede
il potere decisionale in uno Stato di diritto. Guai, però,
ad ingigantire i problemi, a caricare - sono
parole di Carlo Azeglio Ciampi - una normale vertenza sindacale di contorni e
contenuti palingenetici, come se fosse in gioco il destino di una nazione, la
libertà di un popolo. L'uccisione di Marco Biagi ricorda a noi tutti che il
sonno della ragione genera mostri. Hanno voluto colpirlo alla testa per dar
prova della loro abiezione. Come se avessero paura della sua
intelligenza, della sua forza morale.
Addio Marco. La terra ti sia lieve. Ci sarà, nei
Campi Elisi dell'aldilà, un luogo tranquillo dove i giusti possono ottenere
giustizia.
Altri cadranno dopo di te. Ma non riusciranno mai ad ucciderci tutti.