Sinistra:
 tra le bugie di Cofferati e compagni
 
di Giuliano l'Apostata
 
"Sciopero, da domani è sciopero, nessuna vada a lavorar ". Si cantava così all'inizio del Novecento quando le prime lotte operaie reclamavano dei sacrosanti diritti, allora conculcati. Ora siamo alla parodia di quei tempi: la negazione dei diritti esiste solo nella propaganda dei sindacalisti. Cofferati mena una danza tutta strumentale, a fini di lotta politica; Pezzotta e Angeletti (chissà perché ?) gli reggono il moccolo. E intanto continuano le agitazioni in preparazione dello sciopero generale: il grande bing bang che dovrebbe travolgere il Governo "della fame, del freddo e della paura". Però si riempiono solo le piazze: la Confindustria ha dimostrato che, nei posti di lavoro, non vi sono stati problemi. Per fare "massa critica" tutti vanno in soccorso di Cgil, Cisl e Uil: dai pensionati ai no global. Eppure, l'iniziativa del presidente della Repubblica aveva suscitato notevoli speranze. Anzi, dopo una settimana di colloqui e consultazioni, Carlo Azeglio Ciampi ha esortato - non a caso - i lavoratori a non ingigantire, con orpelli ideologici, le questioni di merito alla base delle loro vertenze.
Insomma, Annibale non è alle porte della "cittadella dei diritti". Il Capo dello Stato, grazie alla sua esperienza, è in grado, infatti, di comprendere i delicati problemi per i quali l'Italia è sconvolta dagli scioperi (con particolare "cattiveria" nei servizi di pubblica utilità), nonché di valutare le posizioni in campo, anche quelle non sorrette da motivazioni corrispondenti alla realtà.
Eppure, l'invito alla moderazione di Ciampi è caduto nel vuoto. Anzi, Cgil, Cisl e Uil non esitano a mentire ai lavoratori.
Sergio Cofferati (si legga la chilometrica intervista sull'Unità dell'altra domenica) accusa il Governo di essere contro i giovani: quegli stessi giovani che, invece, le confederazioni intenderebbero difendere, attraverso lo stralcio della revisione dell'articolo 18 (in materia di licenziamenti individuali) e della riduzione della contribuzione previdenziale obbligatoria per i nuovi assunti.
Purtroppo è vero il contrario. Sono state le politiche sindacali degli ultimi anni a creare un mercato del lavoro spaccato in due:
da un lato, i settori più tradizionali, sindacalizzati e tutelati da modelli contrattuali e di sicurezza sociale, sempre più iniqui ed onerosi; dall'altro, i nuovi occupati, costretti a subire tutta la flessibilità necessaria alla competitività del sistema economico.
E questa discriminazione, ormai intollerabile, si fonda - per la prima volta nella storia dell'umanità - sull'età anagrafica.
Ai lavoratori più anziani vengono mantenute quelle garanzie che i giovani mai conosceranno, pur dovendole finanziare coi loro redditi per decenni. Così è stato, in occasione delle riforme pensionistiche degli anni '90. Il risanamento dei regimi obbligatori graverà interamente sulle generazioni future: quelle stesse chiamate a farsi carico del debito pubblico contratto dai loro padri per attribuirsi e conservare trattamenti, anche pensionistici, al di sopra delle possibilità del Paese.
Anche il Governo di Centro-destra si è guardato bene (ecco le vere ragioni della mancata copertura finanziaria della delega) dall'intervenire sulle condizioni di miglior favore, per ridurre la spesa. Con lo smobilizzo del tfr, però, l'Esecutivo vuole mettere
i giovani in condizione di provvedere al proprio futuro affidandosi, in parte, a forme private a capitalizzazione ovvero a risorse effettive invece che a promesse. Quanto, poi, alla revisione della disciplina dei licenziamenti, la proposta del Governo non
toglie nulla a nessuno.
Le categorie individuate nella delega (alle quali dovrebbe applicarsi, sperimentalmente, una tutela solo risarcitoria contro il recesso ingiustificato) non sanno nemmeno cosa sia l'articolo 18 dello Statuto.
E migliorerebbero sostanzialmente la loro situazione, in termini di maggiore stabilità dell'impiego, una volta approvate le nuove disposizioni. L'attuale disciplina dei licenziamenti individuali è un vincolo in più per una fascia di imprese in cui opera un gran numero di lavoratori, è un ostacolo che si erge sul percorso di quanti cercano un'occupazione sicura. Se in Italia - fatta salva la nullità assoluta dei licenziamenti discriminatori e lesivi dei diritti di libertà - le normative che regolano la risoluzione del rapporto di lavoro fossero uguali per tutti i lavoratori, senza il privilegio della reintegra per una quota privilegiata, tutte le assunzioni sarebbero a tempo indeterminato e non sarebbe mai sorta quella giungla di rapporti precari che ora ossessiona coloro che si affacciano sul mercato del lavoro.
Intanto, nei Ds la corrente di Fassino ha firmato un documento in comune col correntino di Berlinguer a sostengo delle "generose lotte operaie".
Come a dire: lettera ad un riformismo mai nato.