ovvero le relazioni
pericolose
di
Artemio Ruggeri
Ci sono delle novità.
Nel mondo imprenditoriale italiano esiste un "triangolo
delle Bermuda": ai vertici vi sono la dinastia degli Agnelli, col suo
patriarca l'avvocato Giovanni detto Gianni, il gruppo dirigente della
Confindustria, ora raccolto (e assediato) intorno ad Antonio D'Amato, il
Kombinat Governo-Mediaset, impersonato da Silvio Berlusconi. Per i tre, al di là
dei rapporti personali, contano solo le visioni strategiche e gli interessi che
ciascuno persegue e le alleanze intessute per raggiungerli.
Prendiamo il
caso di Berlusconi. E' uno dei più grandi imprenditori (e contribuenti)
italiani; le aziende del suo impero sono iscritte alla Confindustria. Eppure, il
Cavaliere, in viale dell'Astronomia, è considerato un outsider, un parvenu, un
eccentrico.
Nel 1994, quando cominciò l'avventura
politica e governativa di Berlusconi, la
Confindustria (allora presieduta da Luigi Abete, vicino ai
Progressisti) ne prese le distanze e non sostenne l'Esecutivo quando
dovette incrociare le armi con i bellicosi sindacati. Anzi, ammonì il Governo,
invitandolo a fare le riforme solo mediante il consenso sociale. Berlusconi,
allora, non aveva nessuna voglia di scontarsi con Cgil, Cisl e Uil. A metterlo
in pista fu Giovanni Agnelli che invitò un riluttante Cavaliere (in una
memorabile cena nella sua residenza romana) ad osare sulle pensioni. Poi, quando
le confederazioni sindacali scesero sul piede di guerra, il Cavaliere venne
lasciato solo. Fino alle elezioni del 1996, quando Agnelli fece capire che la
Fiat appoggiava l'Ulivo, dichiarando che solo la Sinistra era in grado di fare
le riforme. In verità, la Grande Dinastia aveva visto giusto.
I Governi di allora non solo consentirono
all'Italia di "varcare le Alpi" (e di entrare col gruppo di testa nell'area
della monete unica), ma ebbero un occhio di riguardo anche per il gruppo
torinese con le agevolazioni per la "rottamazione" delle auto.
Del resto, la
Sinistra contemporaneamente fu aperta alle esigenze dei grandi gruppi e sorda
alle istanze della Confindustria. Poi, dopo la caduta di Prodi, le coalizioni di
Centro-sinistra persero smalto e capacità innovativa, in totale balia dei veti
di Sergio Cofferati. Intanto, era venuto il momento del ricambio in
Confindustria. La Fiat aveva un proprio candidato: Carlo Callieri, vice
presidente uscente, una persona di esperienza che garantiva un solido rapporto
con il sindacato e con il sistema tradizionale delle relazioni industriali.
Ma la base imprenditoriale -
che si era sentita emarginata dallo schema della concertazione tra grandi
potentati - preferì un outsider che prometteva di cambiare regole ormai
ossificate: Antonio D'Amato. L'atto di "lesa maestà" fu grave, al punto
che Agnelli disertò, in piena campagna elettorale, la kermesse di Parma che
doveva ratificare il piano di D'Amato (e dove un Berlusconi in grande forma
prese atto delle convergenze tra il programma della Casa delle libertà e quello
della Confindustria). Poi, ci fu la vicenda della direzione del Sole-24 Ore (il
prestigioso quotidiano economico della Confindustria). Agnelli dichiarò che in
altre epoche non avrebbero perso tempo, in viale dell'Astronomia, a cambiare il
direttore di un giornale con i bilanci floridi. Ma D'Amato ebbe la meglio.
La Fiat, però, non era stata a guardare. Le elezioni
erano in vista e si annunciava una grande vittoria per la Casa delle
libertà. Da questi processi, apparentemente destinati a durare, il Gotha
dell'industria italiana non poteva restare estraneo.
Così, Agnelli infilò Ruggiero nell'Esecutivo di Berlusconi, allo scopo di garantire
sia il gruppo sia il Cavaliere sullo scenario internazionale.
Nei mesi
scorsi, Fiat e Pirelli (tra loro alleate) hanno potuto realizzare (senza che il
Governo ponesse problemi) alcune importanti operazioni industriali e finanziarie
(rispettivamente Montedison e Telecom). Poi, il meccanismo si è inceppato, con
le note conseguenze (le dimissioni di Renato Ruggiero). Sul Cavaliere si è
scatenato un putiferio, fino a quando non è intervenuto a difenderlo il
presidente D'Amato, con una netta presa di distanza dall'avvocato Agnelli. A
questo punto si potrebbe dire che lo sgangherato bipolarismo all'italiana ormai
pervade l'intera società, anche il "sancta sanctorum" dell'industria privata.
C'è chi dice che ne vedremo ancora delle belle.
Antonio D'Amato è sottoposto a verifica del primo biennio del suo mandato (di
solito un presidente della Confindustria è eletto per quattro anni, con un atto
di conferma dopo i primi due).
C'è da aspettarsi che questo non sarà un
passaggio facile. D'Amato prepara una riforma istituzionale della Confindustria
destinata a ridurre il potere e l'influenza delle Grandi Famiglie a favore delle
imprese associate, in grande maggioranza piccole e medie, abituate a fare da sé
senza aiuti da parte dello Stato.
Forse qualcuno pensa
che D'Amato deve essere fermato ora. O mai più.