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Il parto di Fini? Rompe le acque "Piacione"
 
di Giuliano l'Apostata
 
Con la sua intervista al Corriere della Sera Gianfranco Fini ha mosso un po' le acque di una performance governativa assai deludente e fiacca. Anzi "piaciona". La prima riunione del Consiglio dei ministri si era risolta in un po'di routine e in tanto autocompiacimento collettivo per i sondaggi favorevoli. Anche dal pranzo di lavoro con i ministri economici non sono venute novità per quanto riguarda la linea di condotta del Governo sugli spinosi problemi che hanno agitato il dibattito politico di un'estate rovente, non solo sul piano climatico.
Dal camino di casa Berlusconi è uscita solamente una densa "fumata nera".
L'esecutivo ha deciso di archiviare i temi che "non piacciono": così, il riordino delle pensioni e la riforma del mercato del lavoro finiscono in archivio. Il bello è che gli argomenti, usati da alcuni ministri e sottosegretari di Berlusconi, sono praticamente identici a quelli dei loro predecessori. In verità, all'interno delle coalizioni del Centro-sinistra, si avvertiva ogni tanto qualche timida voce dal timbro riformista, ben presto messa a tacere dai veti di Cofferati.
Adesso, sono gli stessi ministri a praticare l'autocensura, a scavalcare a sinistra l'opposizione.
Si prenda il caso delle pensioni: al vertice di venerdì hanno deciso che la materia non sarà inclusa nella Finanziaria.
Nulla di nuovo. E' quanto stabilirono, più o meno, nello stesso periodo dell'anno, almeno altri tre Governi (di Centro-sinistra, però) prima dell'attuale. Roberto Maroni afferma che l'eventuale riforma previdenziale non deve servire a
"fare cassa" ma solo "equità"?
Si esprime come un perfetto sindacalista. Il fatto è che le uscite per pensioni ammontano ad oltre un terzo dell'intera spesa delle amministrazioni pubbliche; considerando quella sociale si arriva alla metà. Includendo anche gli stipendi dei travet si arriva al 75% (soltanto per i rinnovi contrattuali occorreranno altri 10mila miliardi). Con le risorse rimanenti il Governo - il quale conferma, anche se in modo più dilazionato, una massiccia riduzione della pressione fiscale - dovrebbe finanziare un consistente piano di opere e infrastrutture. L'intera quadratura del cerchio della finanza pubblica dovrebbe essere compatibile, poi, con l'impegno di contenere il deficit dell'anno in corso a "quota 0,8%", come promesso in sede europea.
Si dice che le pensioni di anzianità (a difesa della "grande anomalia" italiana è ormai schierato un blocco che parte da Bertinotti, passa da Cofferati, attraversa i Ds e recluta Bossi) non si possono toccare perché tali prestazioni in grande maggioranza sono erogate nelle regioni settentrionali.
E' così. Ma perché guardare al passato e occuparsi solo di Cipputi?
E' altrettanto vero, invece, che più della metà dei lavoratori atipici (con un rapporto di collaborazione o quant'altro la flessibilità ha scaricato sulle giovani generazioni) è dislocata al Nord. Nessuno di loro potrà mai avvalersi di quei trattamenti anticipati che adesso devono garantire (e dovranno farlo ancora per decenni) ai padri e ai nonni, impiegando una parte consistente del loro reddito. La Gestione dei parasubordinati presso l'Inps, dal 1996 ad oggi, ha accumulato una situazione patrimoniale attiva per 21mila miliardi che sono stati usati per finanziare i fondi "maturi" in crisi.
E l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori? E' stato archiviato con l'etichetta del "falso problema".
Certo, a confronto con la fame nel mondo o con la lotta ai grandi flagelli dell'umanità, la questione del reintegro nel posto di lavoro per via giudiziale dei dipendenti ingiustamente licenziati sembra, invero, di modeste dimensioni.
È certo, però, che la norma contribuisce, insieme ad altri aspetti, a produrre una divaricazione nel mercato del lavoro che ha come principale discriminante l'età dei lavoratori. 
Come non capire che i tanti strumenti che consentono la "flessibilità in entrata" sono stati pensati - col consenso dei sindacati - anche per garantire alle aziende di poter licenziare senza troppe storie ?
Se, in Italia, risolvere il rapporto di lavoro (nelle imprese con più di 15 dipendenti) non fosse complicato come divorziare,
non ci sarebbe bisogno di quella pletora di tipologie contrattuali che impediscono ai giovani di "stabilizzarsi" e li condanna a girare per lunghi anni nel limbo della precarietà. I rapporti sarebbero - normalmente - a tempo indeterminato.
Anche sul piano tattico non si comprende il motivo di tanta fretta nell'accantonare il dibattito sull'articolo 18.
All'interno del sindacato e dell'Ulivo si era sviluppata una discussione con posizioni diverse e disponibili.
E' stato il Governo a fare terra bruciata.