L'inventario
di Berlusconi e il groviglio di interessi
di Artemio Ruggeri
Silvio Berlusconi farebbe bene
a compiere un accurato inventario delle questioni aperte prima di fare
promesse. I primi cento giorni
del governo non saranno una marcia trionfale. I predecessori gli hanno lasciato
in eredità
alcune gatte da pelare che attendono il
nuovo governo alla prova. Cominciamo dai contratti di lavoro scaduti e
in scadenza. Il, negoziato tra le parti sociali è arenato: i sindacati, invocando il patto triangolare
del 1993, hanno rivendicato aumenti salariali che pareggino
la differenza tra l'inflazione programmata e quella effettiva e che consentano di
redistribuire una parte della cosiddetta produttività di settore. La Confindustria
(con buone ragioni) non condivide tale interpretazione. Il Governo
Amato non ha certo favorito una positiva evoluzione delle vertenze, dal
momento che nel pubblico impiego ha concesso (con aumenti salariali e passaggi
di qualifica in massa) miglioramenti molto generosi, non certamente sostenibili
nei settori privati.
Resta da definire, in
tema di mercato del lavoro, il recepimento della direttiva Ue sui
contratti a tempo determinato. Il confronto tra le parti sociali è finito
in un generale marcar visita, al punto da non poter neppure capire quali
delle potenti associazioni datoriali e sindacali condividono il documento
conclusivo e quali no. Sarà compito difficile mettere le mani in questo
groviglio di interessi contrapposti, avvelenati da mesi di polemiche, in
un contesto in cui i vincoli sono tanto superiori alle disponibilità. Poi,
c'è il problema del che fare per i conti pubblici. Presto - è quasi un
segreto di Pulcinella - l'esecutivo dovrà assolvere a
un compito assai ingrato: una manovra correttiva da 15-20mila miliardi.
Si tratta di una misura ostinatamente negata dal precedente governo
per ragioni elettorali, ma che verrà prepotentemente alla ribalta nelle
prossime settimane. Il fabbisogno di aprile è stato di 54.300 miliardi,
superiore di 20mila miliardi rispetto a quello del
2000.
Si dirà che lo scorso anno si è avuto
un andamento assai sostenuto, per certi versi irripetibile. Il fatto è,
però, che nel mese scorso il fabbisogno ha superato di ben 9mila miliardi
pure il dato del 1999. Si conoscono le ragioni di tale grave scostamento:
sul lato delle entrate la tassazione dei capital gains ha prodotto introiti
inferiori alle previsioni per circa 12mila miliardi; sul
versante delle uscite è scappata di mano - per colpa delle misure sui ticket
- la spesa sanitaria (quella farmaceutica in particolare); per non parlare
ulteriormente della manica larga nei rinnovi contrattuali del pubblico
impiego.
Può essere che, a seguito delle entrate
dell'Irpef, la situazione migliori, ma è assai più probabile che si debba
comunque colmare il maggior disavanzo con ulteriori provvedimenti. L'Ue
ha dato molti segnali di impazienza e non sembra disposta a tollerare
(prima del salto nella moneta unica) un deficit non allineato con le indicazioni
del patto di stabilità. Del resto, il saggio di inflazione desta preoccupazioni,
in primo luogo per gli effetti che produrrà sui tassi di interesse del
debito. A questo punto, non è praticabile un intervento sul fisco senza
realizzare un contenimento della spesa corrente (quella in conto capitale
non può essere ulteriormente sacrificata, a meno di non condannare ancora
il Paese ad una arretratezza infrastrutturale).
Ecco perchè le pensioni torneranno all'ordine
del giorno. Non al solo scopo di erogare alcune migliaia di miliardi per
tonificare gli assegni più modesti. La (mancata) verifica sul sistema previdenziale
è un altro cerino acceso che rischia di bruciare le dita del nuovo Governo,
il quale si trova ormai con le spalle al muro e non dispone di vie di fuga.
Sarà sempre più evidente che l'impegno di ridurre la pressione fiscale,
assunto con forza da Berlusconi, difficilmente potrà essere onorato senza
affrontare il nodo della riduzione strutturale della spesa corrente (di
cui quella pensionistica e sociale è tanta parte). Anche ammesso che una
politica tributaria meno esosa determini una più consistente crescita ed
una emersione dell'economia sommersa, sarebbe sbagliato avviare misure
di riduzione fiscale facendo affidamento sulle ipotetiche maggiori risorse
- non quantificabili a priori - che il maggior sviluppo produrrà. Nel breve,
le riduzioni di imposte devono essere coperte da contenimenti della spesa
in modo da garantire comunque l'equilibrio di bilancio.