Virus Economia&Sfinanze
Pensioni:
Dov'è la chiave di volta del miracolo tedesco?
di Artemio Ruggeri
La riforma
delle pensioni che il Governo tedesco ha fatto approvare anche dal
Bundesrat
(la Camera dei
Land) è all’ordine del giorno in tutta Europa. Gli aspetti più
importanti del riordino pensionistico
alla tedesca sono
semplici e pratici. Si
è dato impulso ad un un sistema misto, allargando e potenziando la parte
privata a capitalizzazione (già ragguardevole in Germania), mediante un incremento delle
agevolazioni fiscali (determineranno minor
gettito per circa 20mila
miliardi nell’arco di qualche anno). L’uovo di Colombo,
in pratica.
Qualcuno, da noi, si
affretterà a dire che abbiamo già dato: che la nostra riforma (sancita
nella solita legge Dini votata,
nel 1995, da un Parlamento illuminato
dalla Provvidenza) è migliore, più raffinata ed articolata. In effetti,
lo schema Schroeder
è, sulla carta, molto
simile a quello italiano. Anche da noi è possibile destinare ai fondi pensione
- e in regime di sgravi fiscali - un contributo fino al 4%
delle retribuzione annua (diviso tra lavoratore e datore) oltre a quote concordate di tfr.
Il versamento del
4% in Germania andrà a regime solo nel 2008. Un
lavoratore italiano, nuovo assunto, può finanziare la sua posizione a
capitalizzazione con una quota di stipendio e tfr superiore all’11%. Da
quest’anno è deducibile, a fini di previdenza complementare, un ammontare
pari al 12% del reddito (entro un massimale di 10 milioni annui).
Se si esamina il piano dei conti allegato alla legge n. 335/95,
si scopre che l’onere derivante dai benefici fiscali concessi
alle forme private si aggirava, in un decennio, intorno a quei fatidici
20mila miliardi che ora stupiscono nel progetto tedesco.
Al dunque, però, sia i
fondi sia i maggiori oneri per l’Erario sono rimasti sulla
carta: i primi sono partiti troppo lentamente, il secondo
ha risparmiato gran parte degli sconti, causa un flusso contributivo
modesto. Anzi, si è dimostrato, che i bonus tributari, da noi, non
servono più di tanto allo sviluppo della previdenza a capitalizzazione,
visto che il sistema reagisce a fatica anche in presenza di interventi
più generosi. Dove sta, allora, la chiave di volta del
miracolo tedesco (e dello stentato decollo della previdenza privata in Italia) ? La risposta è persino banale. A parte le sforbiciate ai trattamenti (che
ridurranno comunque la spesa), la riforma ha congelato al 20%,
per i prossimi venti anni, l’aliquota contributiva legale a carico della
produzione e del lavoro.
Ecco la differenza
tra noi e loro. Già ora, nel Belpaese, il prelievo obbligatorio
sulla busta paga, a fini
pensionistici, è pari al 32,7% e non è sufficiente a mantenere
in equilibrio il sistema. Nel 2001 dai dati dell’ultimo libro di Paolo
Onofri, Un’economia sbloccata fatta
uguale a 100 la retribuzione lorda media del settore industriale,
il costo del lavoro schizza a 147,8 mentre il salario, al
netto di oneri ed Irpef, scende (nel caso del lavoratore senza carichi familiari)
a 72,8. Non è agevole preparare, per il
futuro, il "secondo pilastro previdenziale, quando mancano, adesso, le
condizioni per adeguati stipendi.