Non era difficile
prevedere che il tentativo di mediazione del Governo sarebbe finito in una
bolla di sapone. Anzi, in una brutta figura di Amato e Cofferati,
in quanto il primo ha dovuto dare
torto al secondo sul punto essenziale dell'interpretazione corretta dell'accordo
del 93: il rapporto tra inflazione programmata e reale.
Lo sblocco delle vertenze contrattuali è al di sopra delle concrete possibilità
di un esecutivo destinato a passare la mano Non sorprendono i toni
polemici dei leader sindacali, costretti a rappresentare milioni di lavoratori
che attendono di conoscere cosa succederà alla loro busta paga. Non
basta urlare più forte dei proprio avversari o ricevere la solidarietà
del governo "amico" per avere (ed ottenere) automaticamente
ragione. Le situazioni aperte sono abbastanza differenziate. Nel pubblico
impiego il dialogo tra Confederazioni ed Aran (l'Agenzia
incaricata di negoziare per conto delle Amministrazioni) prosegue proficuamente
(è in arrivo il contratto della sanità), magari sorvolando (lo ha rilevato
la Corte dei Conti) sulle compatibilità e i vincoli
della spesa corrente. Il Governo non rinuncerà, sotto
elezioni, ai vantaggi di una politica generosa sul piano delle retribuzioni
dei dipendenti pubblici. Le questioni più delicate si pongono nel settore
dei servizi (è il caso dei ferrovieri dove da mesi è in atto la ricerca
di un assetto contrattuale coerente con i processi di ristrutturazione
societaria in corso, mentre i sindacati difendono lo status quo) e nei
comparti privati: segnatamente, categorie del commercio e metalmeccanici.
E' il salario il nodo più
intricato. Cgil, Cisl e Uil accusano la Confindustria e le altre associazioni
datoriali di violare le intese del
93. Ma è proprio così? Invero, si tratta di una realtà
assai più controversa. Si prenda la vertenza dei metalmeccanici, quella
più incarognita. E' in gioco la contrattazione biennale,
a cui è affidata, per quanto riguarda le retribuzioni, la verifica degli
eventuali scostamenti tra l'inflazione effettiva e quella programmata. L'accordo
del 93 stabilisce che la comparazione tra quest'ultima e l'evoluzione
reale del costo della vita costituisca, in sede di trattativa biennale
dei minimi contrattuali, un "punto di riferimento del negoziato" (non
sono previsti, dunque, adeguamenti automatici). Ciò nonostante la Federmeccanica
ha messo sul tavolo la proposta di un aumento di 85mila lire mensili
che corrisponde integralmente alla copertura della maggiore inflazione. I sindacati (sollecitati dalle Confederazioni) ne chiedono
135mila. A sostegno della richiesta portano l'esigenza di recuperare
una parte della produttività di settore. Giustamente la Confindustria
fa notare che è proprio il fatidico protocollo triangolare, citato
dai sindacati come fosse la Bibbia, ad indicare che è l'azienda la sede
corretta per ridistribuire la produttività. In ogni caso, emerge in solare
evidenza che si corre il rischio di una forte conflittualità sociale per
somme modeste, come tali percepite dall'opinione pubblica. Basti pensare che
il costo del lavoro nell'industria e nei servizi privati è da noi pari a 18,8
euro contro i 21,5 dei paesi Ue e i
22,1 di quelli della moneta unica. Il fatto è, però, che la
quota di retribuzione diretta in Italia è pari al 65,5% contro
un 75% nei paesi Ue e un 71% in quelli dell'Eurozona.
A questo "taglio" delle buste
paga, naturalmente, va aggiunto il prelievo fiscale. In sostanza, è operante
un meccanismo perverso per cui modesti incrementi salariali in tasca
ai lavoratori corrispondono ad oneri complessivi assai più massicci a
carico dei datori. Tale realtà non è frutto di un destino cinico
e baro, ma dipende principalmente dalle distorsioni del nostro sistema
di welfare state, il quale, anziché obiettivi di equità sociale, finisce
per organizzare la solidarietà forzata di chi produce nei confronti dei
ceti parassitari ed assistiti. Dal canto suo, le imprese non possono più contare
sul flagello delle svalutazioni competitive. I prezzi delle merci non
vengono più stabiliti sulla base degli effettivi costi degli addendi della
produzione, ma dall'andamento riscontrato sui mercati internazionali. Le
aziende devono poter vendere a un prezzo competitivo, all'interno del
quale devono essere ricompresi i costi. Altrimenti si è fuori
dalle regole della globalizzazione e si perdono pezzi di esportazioni
(in pochi anni la bilancia commerciale si è "mangiata" 13mila miliardi
di saldo attivo). Se l'inflazione aumenta diventa, dunque, più arduo
reggere la gara. Ecco spiegata, allora, la difficile ricerca della quadratura
del cerchio che si svolge sotto i nostri occhi.