Gli editoriali di VirusilGiornaleonline
 
"Orizzonti di Gloria": in vista la manovra correttiva?
 
di Artemio Ruggeri
 
 Le statistiche non sono né di destra né di sinistra; in un paese normale si limitano ad evidenziare dei dati,
il più possibile oggettivi, magari suscettibili di differenti interpretazioni. La regola vale anche per gli andamenti dell'occupazione, riferiti al gennaio di quest'anno e resi noti dall'Istat. Questi dati dimostrano che, rispetto al gennaio 2000, il numero degli occupati è cresciuto di 656mila unità; che il tasso di disoccupazione è sceso - seppur di poco - sotto il 10%; che vi sono segnali di ripresa sia dell'impiego giovanile, sia di quello femminile; che si avvertano trend più dinamici anche nel Mezzogiorno.
Il Governo, dunque, ha diritto di attribuirsi il merito di queste performance, se non altro perché, se le cose fossero andate in senso contrario, gliene avrebbero imputato la responsabilità. Dal canto suo, l'opposizione deve usare molta cautela nel denunciare la "qualità" dei nuovi posti di lavoro: quando si predica - giustamente - maggiore deregulation, non  si può lamentare, per motivi di lotta politica, che l'occupazione si espande sulla base di rapporti precari, sagionali, a termine.
Anche perché il lavoro del futuro sarà sempre più caratterizzato da queste forme. Un ragionamento equilibrato, sottratto alla vis polemica che contraddistingue la campagna elettorale, potrebbe, tuttavia portarci a considerare in modo più corretto i dati dell'Istat. Nel corso dell'anno 2000, il sistema produttivo ha conosciuto uno sviluppo abbastanza sostenuto: il Pil è cresciuto del 2,7%, mentre nel periodo precedente - dal 1991 al 1999 - vi è stato un incremento medio annuo dell'1,4%.
E' normale, allora, che questo andamento abbia determinato ricadute positive anche sui livelli dell'occupazione, grazie alle migliori opportunità che la legislazione (purtroppo solo dei primi anni della legislatura) ha potuto fornire sul terreno della flessibilità. Il punto è un altro. L'azienda Italia, nel 2000, ha approfittato di una congiuntura internazionale favorevole che ha gonfiato le vele di tutte le economie europee, andando a rimorchio della locomotiva americana e lucrando sui vantaggi del cambio euro/dollaro sul piano delle esportazioni.
Ma i vincoli del nostro sistema (riferiti ai lacci del mercato del lavoro ufficiale, al peso della pressione fiscale, alla scarsa competitività, all'invadenza dello Stato nell'economia) hanno ritardato la marcia, come succede ad un auto costretta a camminare col freno a mano innestato. Infatti, la crescita del Pil delle nazioni dell'Eurozona (senza considerare l'Italia) è stata pari al 3,5% nel 2000, con una media  annua del 2,6% nell'arco di tempo intercorrente tra il 1996 e il 1999 (un punto in più dell'andamento medio del nostro Paese). L'Italia, dunque, poteva e doveva fare di più. Negli anni '90 il Pil è aumentato del 15% in Italia, del 19% nella media dei Paesi dell'euro, di quasi il 40% negli Usa. La quota di occupati sulla popolazione in età da lavoro - pur con gli evidenti progressi degli ultimi anni - resta, da noi, al 53% (42% nel Sud) contro il 62% in Europa e quasi il 75% negli Usa. Dal 1996 al 2000, il commercio mondiale ha avuto un incremento del 30%. Le esportazioni europee sono cresciute del 34%, mentre quelle italiane solo del 20%. Così, la nostra quota sul mercato mondiale è passata dal 4,2% al 3,4%; rispetto all'Europa siamo scesi dal 15% al 13%. E' evidente - adesso - che la fase dell'espansione va esaurendosi, senza che il Belpaese abbia saputo approfittarne, per impostare le necessarie riforme si struttura in grado di stabilizzare il risanamento, agire sull'evoluzione della spesa in modo da prefigurare un solido e duraturo "taglio" alla pressione fiscale. Come ha sostenuto la Confindustria, in occasione del recente convegno di Parma (e lo ha fatto con un palese richiamo ad ambedue gli schieramenti politici, che su questo tema  sbandierano enormi orecchie da mercante), non è possibile coprire la riduzione fiscale affidandosi soltanto alle risorse, difficilmente quantificabili a priori, che il maggior sviluppo e economico dovrebbe produrre.
Nel breve periodo, infatti, le riduzioni delle imposte devono essere coperte da contenimenti della spesa, in modo da garantire l'equilibrio di bilancio.
Soprattutto se, come in tanti prefigurano, si renderà necessaria una manovra correttiva.