Gli editoriali di VirusilGiornaleonline
Confindustria: non c'è partita tra Rutelli e il Cavaliere
di Artemio Ruggeri
All’inizio
di una campagna elettorale in cui gli esponenti politici dimostrano di
aver più fiato nei polmoni che idee nel cervello, la
Confindustria, a Parma, ha avuto l’indubbio merito di esporre dei
programmi, avanzare delle proposte prendendo lo spunto da un’analisi
puntuale e circostanziata di un paese che, come l’Italia, non
è in grado di tenere il passo con le esigenze di competitività e che,
tra le nazioni europee, nel corso degli anni ’90, ha registrato il più
basso tasso di crescita, uno dei più alti saggi di disoccupazione, la
più forte presenza di economia sommersa, un’elevata inflazione, gravi
ritardi infrastrutturali, la presenza di una perdurante invadenza
dello Stato nell’economia e nella società civile. Sembra
un elenco di malanni: purtroppo, però, si tratta di vizi reali. L’Italia
ha un tasso di attività che è almeno 10 punti inferiore alla media Ue;
soffre visibilmente di un sottosviluppo delle regioni meridionali,
nelle quali si concentra quasi la metà del lavoro nero; spende
solo l’1% del Pil in ricerca scientifica; ha una scarsa diffusione
dell’infotelematica, poca capacità di brevettazione e di export di alta tecnologia. L’eccessiva
presenza dello Stato nell’economia si risolve, tra l’altro, all’interno
di un bilancio pubblico sempre a rischio di instabilità dove
entrate ed uscite assorbono quasi la metà del reddito nazionale. Mentre
apparati importanti come la scuola, la sanità e la previdenza continuano
ad essere totalmente in mano pubblica, le privatizzazioni si sono risolte,
troppo spesso, in una redistribuzione di ruoli tra soggetti ex monopolisti
che possono utilizzare la forte liquidità delle loro rendite di posizione per
allargarsi sul mercato e portare sotto l’egida pubblica (è il caso dell’Enel)
altri pezzi di settori produttivi. In tale situazione, la Confindustria,
facendosi classe dirigente, ha posto obiettivi ambiziosi: innalzare il
tasso di occupazione; ridurre il divario Nord/Sud; dimezzare la quota
dell’economia sommersa. Obiettivi che richiedono una diminuzione della
pressione fiscale, la riforma del mercato del lavoro e delle pensioni
(su questo tema, tuttavia, anche la Confindustria evidenzia ancora troppe
cautele), l’adozione di un piano contro il lavoro nero, il rilancio di
una politica di infrastrutture ed opere pubbliche, il potenziamento dei
processi di liberalizzazione e privatizzazione. Il pacchetto, dunque,
è allettante ed ambizioso.
Il nuovo vertice,
della maggiore organizzazione imprenditoriale presenta finalmente il suo
biglietto da visita.
E lo fa
in modo organico e compiuto (la presenza di un po’di piombo nella ali non
pregiudica la validità del progetto complessivo). Il punto però è un altro.
Come si confrontano le forze politiche con disegni tanto ambiziosi, tali
da richiedere un alto profilo di governabilità nella prossima legislatura
? I programmi dei due schieramenti sono molto vaghi: tante sono le promesse,
pochi i ragionamenti coerenti. Si promettono tagli alla pressione fiscale,
ma nessuno fa proprio il richiamo della Ue circa l’esigenza
di accompagnare questa necessaria misura con un contenimento strutturale
della spesa corrente. Si promettono ponti, autostrade, linee ferroviarie,
qualificazione urbana, ma nessuno si prende la briga di cambiare il rapporto
tra uscite correnti ed investimenti pubblici, se è vero che, negli ultimi
anni, le prime hanno tarpato le ali ai secondi. Poi, sullo sfondo c’è la
crisi delle relazioni sindacali, stanno le macerie di quella prassi di
concertazione che ha caratterizzato positivamente il decennio ’90 e che
ora ha esaurito la sua spinta propulsiva. Sono il governo e la maggioranza,
nella misura in cui si sono posti al servizio della Cgil, i
responsabili principali di una caduta verticale della qualità delle relazioni
industriali. Ma con le risse si conclude poco. Bisognerà pure che, da qualche
parte, si torni a tessere la tela della collaborazione. Soprattutto quando
si intendono portare avanti programmi ambiziosi, nell’interesse del paese.
Per la cronaca, a giudicare dall'accoglienza e dalla capacità di catturare
l'assemblea (quasi cinquemila imprenditori) non c'è partita tra Rutelli
e il Cavaliere. Il secondo ha surclassato del tutto il primo.