Gli editoriali di VirusilGiornaleonline
Visco e Fazio ovvero Pinocchio e il Grillo parlante
di Artemio Ruggeri

Pinocchio continuava a dire bugie e il Grillo parlante lo rimproverava.
Ma il burattino, impunito, non gli dava ascolto.
E Il Grillo non si perdeva d'animo e proseguiva nelle sue ramanzine, fino a quando Pinocchio prese un martello e lo schiacciò. Ma il Grillo ricomparve, petulante come sempre.
Nella metafora di Collodi, il buon Grillo sapiente è la coscienza, che non smetterà mai di parlare, per quanto grandi siano le nostre orecchie da mercante. Mettete Vincenzo Visco nei panni di Pinocchio e Antonio Fazio nel corpicino del Grillo e avrete spiegato, in un attimo, la situazione del Paese. Ancora una volta, da Trieste, Antonio Fazio ha richiamato la classe politica alle sue responsabilità, invitandola a non sottovalutare il riaccendersi di pericolosi focolai di inflazione e a non perdere di vista lo scostamento del deficit di bilancio rispetto alle previsioni e ai parametri del patto di stabilità. L'ennesimo monito del governatore ha provocato il solito fastidio nei palazzi del potere. E Visco (quando gli crescerà il naso?) gli ha risposto con una sfilza di menzogne: tutto va bene, viviamo nel migliore dei mondi possibili, tanto che potremmo persino permetterci di legare, in giardino, i cani con decine di metri di salsiccia (che è il massimo della abbondanza). In nome della ricerca di un facile consenso elettorale (una preoccupazione che, purtroppo, sembra coinvolgere, in eguale misura, tanto la maggioranza quanto l'opposizione) si vorrebbe mettere la sordina a troppi problemi: che l'Italia, ad esempio, è penultima come confermano recenti ricerche - tra i quindici paesi Ue, quanto a libertà conomiche; che troppi lacci e laccioli imbrigliano il sistema produttivo nel difficile cammino (una vera e propria corsa ad ostacoli) della globalizzazione. Fazio si è soffermato nuovamente sulle molte questioni non risolte, chiamando in causa, prima di tutto, l'esigenza di una riforma del mercato del lavoro, allo scopo di realizzare un adeguamento più flessibile dei costi alla produttività e alle condizioni delle imprese.
Sono concetti generali, ma suonano come una musica sgradevole alle orecchie dei potenti sindacati che tengono al guinzaglio il Governo.
Il Governatore, però, ha voluto colpire più a fondo ed ha evocato l'esigenza di una riforma delle pensioni: una questione che troneggia con una priorità assoluta. Ormai, mettendo assieme tutti coloro che sollecitano un ulteriore riordino dei
regimi pensionistici, si potrebbe benissimo organizzare (in tempi di celebrazioni verdiane) il coro del Nabucco.
Nei giorni scorsi, il presidente del Consiglio (ancora fresco di colpevole assenteismo in una materia tanto delicata) ha voluto polemizzare apertamente con il presidente della Confindustria, a suo avviso responsabile di aver impedito la riforma del trattamento di fine rapporto, a fini di potenziamento della previdenza integrativa privata a capitalizzazione. A parte la caduta di stile (non si era mai visto un capo di governo sposare interamente la posizione di una per di più sola - confederazione sindacale), le tesi di Giuliano Amato non sono fondate. L'esperienza dei fondi pensione non riesce a decollare perché il peso dei regimi obbligatori non lascia ai potenziali aderenti un'adeguata disponibilità economica da utilizzare per il secondo pilastro. A sommare, così come sono, i due sistemi si aggiungerebbero oneri ad oneri, rendendo insopportabile, per la produzione e il lavoro, il costo della tutela pensionistica per la produzione e il lavoro. Il prelievo degli accantonamenti di tfr (7,41%), assunto quale principale fonte di finanziamento della previdenza privata a capitalizzazione, andrebbe a sommarsi ad una aliquota pensionistica legale del 32,7% (la più elevata del mondo sviluppato). La previdenza privata, allora, non ha bisogno di essere drogata da massicci apporti di tfr e da benefici fiscali, ma deve trovare il suo spazio grazie ad una minore invadenza dei regimi obbligatori.
E' questa la vera riforma da fare.