Trattamenti: Chi favorito e chi sfavorito dal TFR?
(Liquidazione di fine rapporto)


Il Sequestro del tfr non serve ai fondi Pensione
di Giuliano l'Apostata

La previdenza complementare non decolla, nonostante il susseguirsi degli interventi legislativi, le agevolazioni fiscali, le raccomandazioni del Governo e dei sindacati. Ora, pare che la "Finanziaria dei miracoli" voglia occuparsi anche di questo problema, con una norma di riforma del trattamento di fine rapporto, quello che comunemente si chiama "liquidazione". Infatti, al fatto che i fondi pensione non si sviluppano i riformatori di casa nostra hanno trovato la soluzione: la costola da cui nascerà la previdenza privata a capitalizzazione deve essere il tfr. E’ questo l’istituto retributivo che deve servire (anche attraverso agevolazioni fiscali) al finanziamento dei fondi pensione. La verità è, però, che il cavallo continua a non bere. . . . .. .--Le ragioni di tale stentata performance sono tante. Di esse ci interessa mettere in evidenza le principali. E’ un problema di costi per la produzione e il lavoro. Non è possibile che l’avvenire pensionistico debba costare, nelle sue quote private e pubbliche, complessivamente oltre il 40% delle retribuzione (in termini di aliquote legali). A questa percentuale si arriva con una somma banale: l’aliquota pensionistica del regime obbligatorio è pari al 32,7%, quella di accantonamento del tfr al 7,41%. --------E questo ammontare è del tutto anomalo con grave nocumento per al competitività dell’azienda Italia - rispetto agli altri paesi, come si evince dal seguente prospetto:Livelli di contribuzione nei diversi paesi ----

Fonte: Paolo Onofri.

%contributi

UK

Usa

Francia

Germania

Italia

Obbligatori

7

12

16,5

20,3

32,7

Fondi pens.

14

4

6,9

6,5

7,41*

Totale

21

16

23,4

26,8

40,11

La concreta possibilità di avviare un sistema pensionistico misto, in grado di assicurare pure una ripartizione del rischio tra pubblico e privato e di innescare un circuito virtuoso tra risparmio e tutela previdenziale, tonificando contemporaneamente l’economia, passa da una reale riduzione delle aliquote contributive obbligatorie (ovvero del costo del lavoro) da realizzarsi mediante un contenimento della spesa pubblica che, a sua volta, richiede interventi sulle regole, pensionistiche, attraverso riforme degli ordinamenti più serie e definitive di quella sinora attuate. Ma questo discorso ci porta direttamente alla politica e ai veti del Signor No (alias Sergio Cofferati). Il secondo motivo sta nel monopolio della domanda e dell’offerta dei fondi pensione in mano alle parti sociali: una vera e propria cupola vissuta come tale dai giovani che avrebbero interesse ad aderire, visto che su di loro e sui loro trattamenti futuri si sono scaricati i tagli apportati al sistema pensionistico (mentre dovranno sostenere con gran parte del loro reddito le pensioni dei padri e dei nonni, molto più ricche di quelle che i figli mai potranno ottenere).

Il modello di rappresentanza sociale gestito da sindacati e Confindustria non corrisponde a quello reale del mercato del lavoro. Il primo organizza lavoratori in età avanzata, occupati in imprese medio-grandi dei settori manifatturieri e del pubblico impiego, sindacalizzati e ricompresi nelle reti della contrattazione collettiva; il secondo è fatto di rapporti atipici, di lavoro flessibile, di occupazione nei servizi e nelle piccole imprese. Basta notare, infatti, quanto sia bassa la quota di giovani aderenti ai fondi pensione, mentre l’età della maggior parte degli associati è addirittura più elevata di quella degli iscritti ai regimi obbligatori. Senza una riduzione dei costi della previdenza pubblica e senza una reale liberalizzazione delle forme di previdenza collettiva privata, non servirà a molto la droga delle agevolazioni fiscali.

Giuliano l’apostata