La carta dei diritti Ue: un monumento al nulla
di Artemio Ruggeri

A Nizza, in mezzo al frastuono teppistico del popolo di Seattle (ormai si chiamano così anche i borgatari del Tiburtino III, 
se solo proclamano di voler lottare contro la globalizzazzzione, con tante zeta naturalmente), in presenza di premier nervosetti ed nvalidi, di capi di Stato arroganti, di un presidente della Comunità che tutti trattano come un’archivista del Catasto, l’Unione, più per inerzia che per convinzione, ha varato una Carta dei diritti, che dovrebbe rappresentare (nei dis- corsi delle anime belle) la rivincita dei cittadini (e dei lavoratori), nei confronti dell’egemonia del potere economico e finan- ziario. Ma davvero, così come è formulata (una miscellanea di proposte figlie di differenti progetti politici), questa Carta potrà servire a qualcosa?  Va da sé che per scrivere uno Statuto europeo era necessaria una paziente opera di sintesi e di medi- azione (tra le diverse culture che compo ngono il mosaico del vecchio Continente). Ma il testo redatto è frutto di una meticolosa lottizzazione ideologica. Il capitolo Solidarietà - quello che comprende i diritti sociali e del lavoro - nella spartizione cultura- le è toccato alla socialdemo crazia. Sia pure con qualche ritocco di verde (la tutela dell’ambiente) e qualche omaggio rituale al- le politiche di protezione della famiglia (per far contenti i Popolari). Ne è uscito un articolato minuzioso che spazia in tutti i campi: dai diritti di informazione, di contrattazione e di sciopero a quelli attinenti alle condizioni di lavoro. Meraviglia, tuttavia, il sapore irrancidito delle prerogative che vengono riconosciute e sancite. Dai proclami della Carta emerge l’immagine del lavoratore tradizionale che si presenta, la mattina, in fabbrica e ne esce la sera:  la stessa vita per lunghi anni, con tanto di contratti, leggi e sindacati appresso. E il sistema di sicurezza sociale, prefigurato per questo soggetto, è il solito di sempre: L’Unione riconosce e rispetta -  recita l’articolo 33 -  il diritto di accesso alle prestazioni e ai servizi sociali che assicurano protezione in caso di mater- nità, malattia, infortunio sul lavoro, dipendenza o vecchiaia, oltre che in caso di perdita del posto di lavoro, secondo le modalità stabilite da diritto comunitario e le legislazioni e prassi nazionali. Sembra di leggere l’articolo 38 della Costituzione italiana che risale al lontano 1948. Non c’è il minimo sforzo per passare dal lavoro ai lavori, per cogliere la complessità delle forze più innovative, ora sperdute nel limbo delle professioni atipiche e  sospese tra il lavoro dipendente e quello autonomo. Nessuno può illudersi che siano sufficienti delle norme, per giunta leggere,  per cambiare una realtà scandita dal ritmo dei processi econo mici. Per quanto si ribadiscano, con ostinazione, le tradizionali concezioni del lavoro, nessuno potrà mai riportare indietro la sto- ria e l’economia  al solo scopo di accontentare i nostalgici  dell’ancien régime. Così, la Carta nasce vecchia. E non saranno le manifestazioni (a favore o contrarie) a conferire al documento un poco di vitalità e di utilità. Non sarà la congrega di Cofferati e soci  a  dare spessore culturale ad un proclama incartapecorito. L’Europa ha una costituzione materiale di stampo liberale e liberista, fonda- ta sulle regole del mercato e della libera concorrenza. In tale ambito andavano trovate le risposte sociali per il futuro del Vecchio Continente. Altrimenti si resta nel campo dei buoni propositi. E si costruiscono monumenti al nulla.