Daltonismo all’italiana
 di Giuliano l’Apostata

L’Italia soffre di un diffuso daltonismo.
A causa di questo disturbo della vista - che colpisce l’intera collettività vince sempre la colorazione delle cose più che la loro strutturale sostanza. Con queste parole il Censis imposta il leit motiv del suo 34° Rapporto sulla situazione sociale
 del Paese
. In sostanza, la distorsione a fini politici sembra avere la meglio. E tale tendenza subirà un ulteriore accelerazione man mano che la campagna elettorale entrerà nel vivo. Eppure, assicura il Rapporto, il nostro sistema è strutturalmente antico, sanamente alternativo e, quindi, complessivamente affidabile. Antico perché radicato nel territorio, nel codice genetico della nostra cultura collettiva. Alternativo perché costituito da un mix costante tra competizione individuale e coperture sociali pubbli- che. Affidabile in quanto il sistema è capace di un continuo adattamento e di una sollecita risposta alle crisi, è disponibile ad una
competizione diffusa e aperto all’innovazione. Eppure, questo Paese, sottovalutato e incompreso dai suoi stessi cittadini, che ha saputo anche diventare parte integrante di un  grande disegno di integrazione continentale, non dispone di un establish- ment, di un insieme di persone capaci di esercitare una leadership politica. La scelta delle nuove dirigenze  prosegue il Censis  è stata ispirata da un regime postale (nel senso di posti da occupare). Del resto, l’opinione pubblica è pienamente consapevole di questi handicap se è vero che poco più del 4% della popolazione si sente rappresentata dai partiti e meno del 10% dai sindacati. Ma proprio nell’amara constatazione di tale discrepanza tra società civile e  politica che l’analisi del Censis pone degli interrogativi a cui non viene data, nel Rapporto, una risposta convincente. Anche ammesso, infatti, che sia accettabile una contrapposizione tanto netta tra  politica e società, tra istituzioni ed economia, le seconde non possono avere una prospettiva duratura in carenza di una guida salda da parte delle prime. L’Italia è senza dubbio una realtà composita e vitale, coltiva e custodisce gli spiriti animali di centinaia di migliaia di piccoli imprenditori che dalla provincia profonda sono in grado di raggiungere, tramite i mezzi forniti dalla new economy, i punti più lontani del mondo. Vi sono aree del Paese in cui nascono più aziende che bambini. Ma non potrà mai un esercito di volonterosi ed intelligenti lillipuziani, pieni di inventiva e coraggio, avere ragione di carenze incolmabili: una pubblica amministrazione sorniona ed infingarda; un tessuto di infrastrutture inadeguate e fatiscenti; un sistema formativo anchilosato, statalista e dispersivo; una ricerca scientifica mortificata e marginale; un mercato del lavoro ingessato e spaccato in due parti; un modello di welfare oneroso ed iniquo, che scoraggia la crescita e penalizza l’occupazione. E non basta neppure individuare un’uscita di sicurezza nella forza di un localismo salvifico, se
la comunità soffre di una mancanza di direzione a livello del sistema-Paese. Non è un caso, infatti, che l’Italia perda posti nella classifica della competitività. Il Censis sostiene che, nel corso del 2000, gli italiani hanno potuto ritrovare l’ebbrezza di un crescita allineata con i partner europei, hanno potuto riassaporare il gusto di un’effettiva ripresa occupazionale. Ma in grande misura queste performance sono state un fenomeno indotto, presto sfumato alle prime difficoltà (i rincari dei prodotti petroliferi, innanzi tutto). Inoltre, l’Italia si è potuta avvalere di circostanze eccezionali (la caduta dei tassi d’interesse, ad esempio) per
realizzare un risanamento precario certamente dovuto ad una fiscalità ritenuta eccessiva. Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi, si diceva un tempo. Ma di governi saggi e determinati, coerenti e sinceri, insensibili alle sirene della demagogia non è mai venuta meno la necessità. Solo che, da noi, si è perduto il prototipo. Per di più ci tocca di tenerci un vecchio santone come Norberto Bobbio, che si è messo in testa di fermare Silvio Berlusconi con tutti i mezzi.
Una volta atteggiamenti siffatti  erano considerati golpisti.