Filosofie&Archeologie di Attualità, (correva l'anno
2000...)
Salotti Editoria&Diesse
Quale Libertà e Giustizia? Quale sinistra? di Lucy
dall'Ombra
Signor
Direttore di Virus,
Finalmente arriva fresca, quanto inattesa! una cattiva notizia per i Salotti e
un brivido di sgomento, di vacuum vitae, unito a scompiglio desolazione&morte percorre lo Stivale dei Salotti&dell'Editoriamica. Da un abisso di cupa disperazione si
interrogano Signore, Editori&DirettoriPuri&Impuri: 'e ora cosa sarà di noi'? dopo che una mattina,
il Folena, s'è alzato e ha risentenziato, con quella solennità da bel Diesse incazzato che gli è propria: "Basta con la sinistra dei Salotti". Punto.
Quindi, Signor Direttore,
1) Una cupa preoccupazione ci assilla e ci turba:
Oltre alla censura, abituale, dell'"Informazione" che' il villan cittadino non
deve sapere quanto è buono il formaggio con le pere, adesso ci censurano anche
i salotti del potere?
2 ) Perciò, sull'"Indipendenza" dei giornali italiani
e sulla dipendenza dei Salotti Romani ci domandiamo:
Ora, De Benedetti Carlo (Libertà
&Giustizia?) e Pirani Mario,
(Repubblica), tra i più illustri sfrattati di Folena,
correndo il I° mese dell'anno 2003, dove hanno trovato casa per il "Duello
da salotto Romano"?
I significativi particolari qui in cronaca:
( Correvano i primi dell'anno 2000....)
E apprendemmo da questo editoriale letto
sul profetico Settimanale Il Mondo che:
"I Duellanti"
Gli ospiti non sapevano se
intervenire nel dibattito diventato decisamente vivace, o cambiare discorso per evitare che degenerasse in
qualcosa di molto simile a un litigio. Il che sarebbe stato
disdicevolissimo e imbarazzante perchè i salotti romani che radunano
abitualmente i vip sono sì abituati a schermaglie verbali, ma senza mai superare
certi limiti.
Cosa che stava invece per succedere qualche sera
fa fra Mario Pirani, editorialista e firma storica del quotidiano La Repubblica,
e il suo editore, Carlo De
Benedetti, assieme a cena a casa di un esponente
della Roma che conta. Pirani aveva incominciato lamentandosi che gli editori
interferiscono sempre più spesso nella gestione dei quotidiani di loro
proprietà.
Non era proprio un affondo, ma una stoccatina di
fioretto. Che è andata a segno e ha indispettito De
Benedetti.
Il quale ha respinto con "indignazione" l'accusa, almeno
per quanto riguardava il suo personale rapporto con La Repubblica.
Ma Pirani era pronto
a rincarare la dose e ha citato un caso specifico. Il
presidente del consiglio Massimo D'Alema e il
leader dell'opposizione, Silvio Berlusconi, stavano raggiungendo un'intesa per far
passare alcune riforme utilissime al Paese.
De
Benedetti, secondo Pirani, sarebbe intervenuto sul giornale perchè
boicottasse una simile ipotesi. Anche per via della sua vecchia antipatia (nota
del trascrittore: il benessere e il destino degli italiani è nelle mani delle
vendette miliardarie dei miliardari editori, evviva la correttezza del Corriere
della Sera) verso Berlusconi. A
questo punto i toni sono diventati accesi.
Alla fine l'editorialista
ha lanciato una proposta-provocazione all'ingegnere: "se sei davvero un editore
che non interferisce nella gestione dei suoi giornali danne una prova: fammi
scrivere un articolo su Repubblica per raccontare tutte le volte che queste tue
interferenze invece ci sono state".
Gli illustri ospiti
partecipanti a quella cena leggono ogni giorno Repubblica. Ma non hanno
ancora trovato quell'articolo a firma Mario Pirani.
(ndr. Questo, a tutt'oggi, naturalmente, che corre il I° mese dell'anno
2003.
1993, l'anno dei Boiardi & dei
Complotti sul "Britannia"
di
Mauro Bottarelli
Dieci anni fa Prodi & C. cominciarono la
svendita. Passarono in mani straniere: Buitoni, Invernizzi, Locatelli,
Galbani, Negroni, Ferrarelle, Peroni, Moretti, Fini Perufine, Mira Lanza e molte
altre aziende Ii 7 gennaio 2003 non era un giorno normale, ricorreva
l'anniversario di quello che in molti - ma non moltissimi, in fondo l'Italia è
fatta così - ricorderanno come l'anno dei complotti, ovvero il 1993. Già,
esattamente 10 anni fa si diede il via alla svendita delle grandi aziende
pubbliche ai gruppi stranieri, si tennero incontri tra i "Boiardi" di Stato e i
magnati dell'alta finanza a bordo di un panfilo di Sua Maestà Britannica.
Riguardo quell'annus horribilis della sovranità nazionale ed economica
italiana, i giornalisti Fabio Andriola e Massimo Arcidiacono hanno scritto un
libro, "L'anno dei
complotti" pubblicato da Baldini & Castoldi. Accaddero tante cose, in
quei 365 giorni in fondo così anonimi, e paradossalmente la riunione sul
Britannia rappresentò nulla più che una ciliegina sulla torta.
Ne parleremo, ma ora è interessante fare un breve excursus per conoscre i
presupposti che resero possibile e determinante quella riunione del 2 giugno
1992 sul panfilo di Sua Maestà la regina Elisabetta d'Inghilterra.
Nel 1992
accaddero alcuni fatti: la crisi della Prima
Repubblica e il successivo ciclone Tangentopoli (Kohl lo pagò in ritardo,
esattamente dopo il niet all'operazione in Kosovo nel 1999), le privatizzazioni,
l'attacco alla lira da parte del pescecane dell'alta finanza - ora riciclatosi
come icona no-global - George Soros. Nel settembre
'92, soprattutto, l'agenzia di rating Moody's, la stessa che ha declassato la
Fiat poche settimane fa, si accanì particolarmente contro l'Italia: un suo
declassamento dei Bot italiani diede infatti il via a una spaventosa
speculazione sulla nostra moneta che ci portò fuori dallo Sme.
Ecco cosa disse l'allora presidente del
Consiglio, Bettino Craxi, al riguardo: "Esiste un
intreccio di forze e circostanze diverse". Parlò di "quantità di capitali
speculativi provenienti sia da operatori finanziari che da gruppi economici", di
"potenti interessi che pare si siano mossi allo scopo di spezzare le maglie
dello Sme", di "avversari dell'Unione Europea". Craxi lo disse allora, ma oggi
non può ripeterlo. Craxi non c'è
più. Ci sono in compenso altri personaggi che entrano e che escono come
caselle perfettamente inserite di un domino. C'è ad esempio Reginald Bartholomew, figlio naturale del caso del 1993 che nel mese di giugno
diventerà ambasciatore americano a Roma. Un anno dopo, siamo nel giugno 1994,
con la scorpacciata del Britannia bella e consumata, ecco cosa dirà Bartholomew:
"Continueremo a sottolineare ai nostri interlocutori italiani la necessità di
essere trasparenti nelle privatizzazioni, di proseguire in modo spedito e di
rimuovere qualsiasi barriera per gli investimenti esteri".
Et voilà, il
caso Italia è chiuso.
Bartholomew era
amico di Leoluca Orlando, sindaco di Palermo:
quest'ultimo si recò spesso negli Usa in nome della lotta alla mafia. Strano
caso, come tutto è strano ciò che nacque e accadde nel 1993, cinque anni dopo
Bartholmew diventerà presidente di Merryl Linch Italia. Il quadro è completo,
nitido, cristallino. Successe di tutto in quell'anno, capace di trasformare in
maniera indolore (fu un tracollo, un disastro senza precedenti ma non si videro
carrarmati nelle strade né deportazioni) l'Italia in una sorta di repubblica
centrafricana. Punta di diamante dell'intera operazione di svendita fu, quindi,
il caso Britannia, riunione che si mostrò perfettamente congruente a quello che
accade prima e dopo. Guarda caso, a differenza di Craxi, importanti protagonisti
di quella operazione sono ancora in auge al giorno d'oggi. L'allora presidente
del Consiglio Giuliano Amato, per esempio.
L'allora ministro del Tesoro, già
governatore di Bankitalia e futuro presidente del Consiglio e presidente della
Repubblica,
Carlo Azeglio Ciampi.
Il presidente dell'Iri,
futuro presidente del Consiglio e presidente della
commissione Ue, Romano Prodi.
Stando a
quanto dichiarato dal giornalista Fabio Andriola, "in quel periodo vi fu una
specie di colpo di stato interno alla massoneria italiana, con il Gran Maestro
Di Bernardo preoccupato per l'offensiva scatenata dagli incappucciati del Grande Oriente d'Italia capitanati da
Armando Corona. La magistratura si spaccò in due tronconi ben distinti
ideologicamente. Ricominciarono ad esplodere bombe che solo anime belle possono
credere piazzate per eliminare quel fuffarolo di Maurizio Costanzo. Esplode con tutta la sua virulenza Tangentopoli; e, dulcis
in fundo, finisce in prima pagina quel singolare scandalo, con connotati pecorecci, che ebbe come protagonista Lady Golpe, al secolo Donatella Di
Rosa (vero che l'avevate dimenticata?), che però andò a mettere nei guai,
guarda caso, il comandante di uno dei pochissimi reparti operativi
dell'esercito, il generale Monticone". Accuse
precise, come preciso fu per l'ennesima volta il comportamento del direttore
generale del Tesoro, Mario Draghi. Il quale, infatti, scese dal Britannia per evitare
di partecipare a quella che sembrava diventare una svendita delle grandi aziende
pubbliche italiane alle multinazionali americane e britanniche. Sì, in seguito
fu lo stesso Draghi ad ammettere il suo imbarazzo. Guarda
caso dopo la merenda sul Britannia le privatizzazioni vennero effettuate a ritmi
serratissimi.
Parlando solo del settore agroalimentare, ad esempio,
un settore tradizionalmente importante per la nostra economia, furono numerose
le ditte che vennero acquistate dagli stranieri: Locatelli, Invernizzi, Buitoni,
Galbani, Negroni, Ferrarelle, Peroni, Moretti, Fini, Perugina, Mira Lanza e
tante altre. Il meeting venne organizzato da un ben preciso gruppo di potere
londinesi: sul Britannia si trasferì infatti in quell'occasione un pezzo della
City di Londra. Nulla di strano né di pittoresco, quindi: tanto più che
storicamente la Gran Bretagna ha sempre cercato di ostacolare il rafforzamento
di qualsiasi Paese europeo. All'epoca i governanti italiani, specie quelli di
sinistra, hanno cercato di accreditarsi nel mondo che conta recandosi in
pellegrinaggio alla City di Londra come a Wall Street. Assicurando ovviamente la loro disponibilità per non disturbare
troppo il manovratore. Il terminale dei politici italiani che dovevano
garantirsi sul fronte internazionale è stato, fino a pochissimo tempo fa,
proprio la City di Londra: D'Alema docet, Rutelli pure. In effetti, i britannici
d'Oltremanica e quelli svezzati d'Oltreoceano non potevano che essere
soddisfatti del comportamento tenuto dai loro amici italiani: l'operazione
Britannia, infatti, garantì ai soli anglo-americani di accaparrarsi quasi il 50%
(precisamente il 48%: 34 agli americani e 14 ai britannici) delle aziende
italiane finite in mano straniera.
Questo è stato il
1993, anno in cui l'Italia e la sua classe politica
persero l'ultimo brandello di
dignità.