Pillole di moralismo sull'aborto
di Claudia Mancina
<il Riformista - 17 novembre 2005>
Non può stupire che la Chiesa cattolica
sia contraria all'aborto volontario, e che si impegni a batterlo. Nemmeno può
stupire che l'introduzione della pillola abortiva sia accolta come un
aggravamento di una situazione morale oltre che legislativa, che le appare
perversa. Ed è comprensibile che tanti cattolici anche democratici, si sentano
lacerati tra l'insegnamento della Chiesa e la necessità, che si presenta non
solo ai legislatori ma a tutti i cittadini dì una società democratica, dì
accettare soluzioni condivise nella pur scottante materia bioetica. Certi
argomenti, tuttavia, sono difficili da mandar giù. L'argomento principe contro
la pillola RU486 è quello che rende meno drammatico l'aborto, lo banalizza, lo
fa scivolare via senza turbare troppo la coscienza.
Strano discorso. Si vuol dire che il
tormento della coscienza è commisurato al male del corpo? O forse invece si vuol
dire che lo scandalo dell'aborto deve essere pagato col dolore fisico,
l'umiliazione, i disagi della degenza ospedaliera?
Che il gesto di rifiutare una gravidanza
deve avvenire nel sangue e possibilmente nel pericolo, per essere
tollerato?
Già da tempo le tecniche adottate per
l'interruzione di gravidanza tendono ad essere meno dolorose e invasive: la
pillola RU 486 è un altro passo avanti in questa direzione. Non risulta che il
ricorso all'aborto sia "più facile" o "meno drammatico".
Questi discorsi hanno un doppio fondo,
che è sempre presente quando si discute di questioni attinenti la maternità:
l'idea che l'aborto sia una scelta amorale, compiuta alla leggera, quasi per
capriccio; che in fondo, come si pensava e si scriveva fino a pochi decenni fa,
le donne non abbiano moralità ma debbano essere sorvegliate dalla legge. E
invece la decisione di interrompere una gravidanza è una decisione che può
essere considerata sbagliata, da chi ha una certa idea dei diritti dell'embrione
o feto, ma mai amorale; perché è precisamente un esercizio di moralità,
espressione di un giudizio su ciò che è giusto fare in una particolare
situazione.
Socializzare? Un altro argomento, molto affine al precedente, è
quello relativo alla contrapposizione sociale-privato, che si suppone sottesa
alla differenza tra interruzione ospedaliera tradizionale e pillola abortiva. Si
dice che la pillola ricaccerebbe la donna e i suoi problemi nel privato, mentre
la gestione ospedaliera significherebbe una socializzazione del problema. E la
donna, si sa, non deve essere lasciata sola... fors'ancora una volta, perché
incapace di giudizio morale? Non è certo questa l'intenzione dì Maria Pia
Garavaglia, che ha sollevato questa obiezione. Eppure risulta stupefacente che
debba essere visto come un vantaggio il dovere di "socializzare", cioè
condividere con altri, estranei, non sempre simpatetici, e dotati di un potere
sul nostro corpo, un momento difficile e doloroso della vita. Insomma: o si è
contrari all'aborto legale, lo si considera un omicidio, e allora lo si combatte
in ogni modo senza pretendere di dare un diverso valore morale ai diversi
metodi. Oppure se si accetta che l'aborto passa essere una opzione legale, si
accetti anche che possa essere meno doloroso, meno invasivo, meno punitivo. Più
rispettoso.
La "Lista
Ruini" lascia a piedi Amato, Casini
e Pera
Cronache da Bisanzio di Daniele Capezzone
<Libero - 17 novembre 2005>
Stavolta è scoop, non ci piove:
"Cronache da Bisanzio" è in grado di fornire ai lettori di "Libero" la notizia
che terremoterà la scena politica, e non solo in Italia. Due premesse. La prima:
la Cei, il cardinale Ruini, il Papa, e pure il suo segretario don Georg sono
stufi di dover sentire tutti i giorni i socialisti e i radicali, con i loro
comunicati, le loro campagne laiche, la loro rivendicazione delle libertà
individuali e dei diritti civili. "Tutte cose che devono fi-ni-re, spa-ri-re",
scandiscono autorevoli e attendibilissime fonti vaticane, che non precisano (per
ora) le modalità della "fine" e della "sparizione". I più acuti osservatori
delle vicende vaticane colgono comunque un forte, vivo rimpianto per gli antichi
fasti e le non dimenticate funzioni educative, rieducative e portatrici di pace
(a volte, nei casi più gravi, di pace eterna) di Castel S.Angelo...
Seconda
premessa: la Cei, il cardinale Ruini, il Papa, e pure il suo segretario don
Georg sono delusi, annoiati, avviliti per l'inconsistenza dei politici
filo-vaticani, a destra come a sinistra..."Ma come, si fanno mettere
i-piedi-in-testa", scandiscono le stesse fonti, "da un Capezzone e da un Boselli
qualsiasi?". E c'è chi giura che a destra Giovanardi e Buttiglione, e a sinistra
Castagnetti e Livia Turco, stiano ricevendo telefonate durissime, vere e proprie
lavate di capo, dai principali collaboratori del Presidente della Cei. E allora,
dinanzi a tutto questo, Camillo Ruini (che d'ora in poi chiameremo il Card.) ha
deciso di scendere in campo. Da adesso, insomma, le ragioni del Card. le
spiegherà il Card. Non altri, non improvvisati ventriloqui destri e sinistri,
inetti, improduttivi e poco convinti. Basta deleghe e basta cambiali in bianco a
favore di ex, neo e post democristiani.
Resta solo l'incertezza sul nome del
nuovo soggetto politico. Grazie a un complicato ma efficace lavoro di
intelligence, siamo in grado di dirvi che sono arrivate al "ballottaggio" finale
due ipotesi: "Lista Ruini" oppure "Forza Camillo".
L'incertezza sarà sciolta nelle prossime
ore. Rimangono aperte solo due questioni. La prima è il dramma umano e politico
di Marcello Pera, Pierferdinando Casini e Giuliano Amato, da oggi -di fatto-
disoccupati in cerca di un lavoro socialmente utile.
La seconda è che il Card è stato
inflessibile: qualche politico italiano potrà pure essere messo in lista, a
patto -tuttavia- che non si tratti di divorziati, risposati, concubini, o
consumatori di droghe. Peccato che questo escluda circa l'80% degli attuali
parlamentari.
Ru486/aborto, viale: scandaloso Ferrara. Torino, 16 novembre
2005
A commento della trasmissione "8 e mezzo",
Silvio Viale ha dichiarato:
"Altro scandaloso
capolavoro di Giuliano Ferrara.
Una scatenata Olimpia Tarsi e un
sornione Francesco Storace, spalleggiati da una Maria Grazia Labate in
soggezione, hanno pilotato una trasmissione falsa e faziosa. Basti osservare che
solo in estrema chiusura il Dr. Massimo Srebot ha potuto usare la parola
contraccettivo. A partire dalle posizioni del Movimento della Vita sulla
prevenzione non ci si è mai riferiti alla contraccezione, cioè alla prevenzione
delle gravidanze indesiderate, ma solo all'imposizione di un'azione dissuasiva a
concepimento ormai avvenuto. Olimpia Tarsi ha addirittura detto che la RU486,
non sarebbe un farmaco, ma una sostanza chimica, come se ci fossero differenze
tra le due categorie ed ogni farmaco non fosse una sostanza chimica, senza che
alcuno potesse replicare. Ma l'opera d'arte di Giuliano Ferrara è stata quando
ha chiesto, a bruciapelo, al Dr Srebot se la RU486 potesse essere considerata
come una terapia per l'infarto. Ebbene la risposta è "sì" poiché si tratta di
intervenire anche per l'aborto con la migliore terapia possibile, come per
l'infarto, per cui se è giusto importare un farmaco non disponibile in Italia
per l'infarto è ugualmente giusto importare un farmaco per l'aborto. Quello che
Ferrara, Tarsi e Storace, ed in fondo anche Labate, non vorranno mai ammettere è
il primato della salute della donna, che non può essere costretta portare avanti
una gravidanza contro la propria volontà. Da un punto di vista medico, una
gravidanza implica rischi maggiori di qualunque interruzione volontaria di
gravidanza, medica e chirurgica che sia. Per quanto riguarda la decisione, non è
possibile ridurre la complessità e la specificità della scelta ad una presunta
incapacità della donna, che prima della decisione dovrebbe essere esaminata,
provocata e manipolata. Non ho nulla contro la presenza degli operatori del
Movimento per la Vita nei consultori, e persino negli ospedali, purché il loro
intervento avvenga su esclusiva richiesta della donna, non in modo intrusivo,
come per qualsiasi terapia. Non è legittima una logica da trattamento sanitario
obbligatorio. Del resto, già oggi, nulla vieta alle donne di rivolgersi ai CAF
ed è significativo che solo una minima percentuale lo faccia, anche nelle zone
ove sono sponsorizzati dalle autorità locali favorevolmente orientate. Vi è su
questo una finzione di fondo, quella di far finta di non sapere che solo un
terzo delle donne che abortiscono passano per i consultori e che, una eventuale
riforma restrittiva, finirebbe per ridurne ulteriormente la quota a vantaggio
del medico di fiducia. Per quanto riguarda la RU486, a differenza del ministro,
Giuliano Ferrara, che per definizione è "intelligente", ha capito che le
resistenze sono destinate ad essere superate, e ha raggelato Storace con la
forzata, ma simbolica profezia che tra ventanni si abortirà solo con la pillola.
In conclusione il fatto che Storace continui ad evitare ogni confronto con me è
un segno di debolezza perché, alla fine, anche lui deve riconoscere che è grazie
a me che, oggi, anche lui può parlare di aborto. Diversamente avrebbe continuato
a comportarsi come quando era il Governatore del Lazio, i cui risultati sono
davanti a tutti; tante parole ma niente di concreto. Se si vogliono confronti
veri, si abbia il coraggio di farlo con chi rivendica il "diritto" di abortire,
con convinzione e con i fatti".
L'arroganza della Cei?
Niente imbarazzi: ricordate la fecondazione assistita?
di Lanfranco Turci
<L'Unità - 17 novembre 2005>
I tentativi di rimozione sono tanti. Ma
l'oggetto di questi tentativi non vuole andarsene e continua ad aggirarsi come
un fantasma scomodo nel dibattito politico. Parlo del referendum sulla legge 40
del giugno scorso e di come in particolare è vissuto nel centrosinistra. Nella
vasta area di coloro che l'hanno appoggiato c'è una non dichiarata divisione di
giudizio su quanto è avvenuto. Alcuni (quanti? non pochissimi!) pensano che sia
stato un errore grave da coprire con un pietoso velo di silenzio, cercando
intanto di evitare che "laicisti" e "femministe" facciano nuovi disastri. Quelli
che l'hanno promosso restano invece convinti della validità di quella battaglia,
disposti ad ammettere di aver sottovalutato - ma non ignorato - le difficoltà
dei temi e dello strumento referendario, ma fiduciosi di aver messo in moto un
processo capace di promuovere nuovi e più avanzati esiti per il futuro. Sono
però una minoranza. Il grosso tace; perché ancora non ha maturato un giudizio
definitivo. E poi perché parlare di quella che, sia pure a breve, resta una
sconfitta è cosa spiacevole e si ritiene politicamente non pagante. Infatti la
maggioranza tace soprattutto perché il tema è considerato scomodo alla vigilia
delle elezioni politiche, di fronte all'esigenza di realizzare il massimo di
unità della coalizione e di porre addirittura le basi di un nuovo partito, fatto
insieme con quanti hanno osteggiato il referendum.
Ma non si è mai
visto che i problemi si risolvono ignorandoli.
Il centrosinistra e i
Ds prima di tutto dovrebbero capire che un dibattito aperto non sarebbe
necessariamente foriero di lacerazioni, ma servirebbe a chiarire le posizioni e
anche a costruire le possibili convergenze sui temi eticamente sensibili e sulle
risposte che si possono dare ai dilemmi inediti posti dalla rivoluzione
biologica. L'unica iniziativa meritoria in questo campo è stata ai primi di
ottobre il convegno di Libertàeguale, non a caso intitolato "oltre la libertà di
coscienza". Ma un imbarazzo altrettanto palpabile si avverte anche fra le
componenti dell'Unione che si sono opposti al referendum, fino al punto di
aderire alla campagna astensionistica. Se si esclude qualche iniziale sortita di
Francesco Rutelli, la tentazione di presentarsi come vincitori in nome della
"maggioranza astensionista" è stata frenata. Sicuramente fra i più avvertiti ha
giocato la consapevolezza dell'ambiguità di quella maggioranza e di quell'esito.
Per tutti comunque pesa la preoccupazione di non inasprire i rapporti dentro la
coalizione nel momento in cui si avvicina l'esigenza di fornire con il programma
della coalizione risposte anche su temi bioetici. Risposte cui non ci si potrà
sottrarre all'infinito, né in nome della libertà di coscienza dei parlamentari,
né tanto meno in nome di un pronunciamento popolare a favore della legge 40 che
non c'è stato. Anche qui intanto tutto tace. In questa situazione di relativa
bonaccia è arrivato nelle settimane scorse come un ciclone l'iniziativa
Sdi-Radicali, non solo a complicare le mappe geografiche dell'Unione ma anche e
soprattutto a rimettere in moto il confronto sulla laicità e la bioetica. Data
la situazione di calma piatta, si può solo salutare questa iniziativa con il
motto evangelico: "oportet ut scandala eveniant". Lo scandalo non è la richiesta
di abolizione o di revisione del Concordato, anche se è quella su cui gioca di
più l'effetto immagine. Lo scandalo è la domanda esplicita alla politica del
centrosinistra di formulare un giudizio e di assumere una posizione di fronte
all'attuale politica delle gerarchie cattoliche.
Di fronte alla loro pretesa
di trasformare in testi normativi i contenuti della dottrina religiosa. Di
fronte alla richiesta di vedersi riconosciuto il ruolo di agenzia morale per una
società che nel suo pluralismo è giudicata incapace di reggersi senza il
fondamento della fede.
Di fronte alla contestazione esplicita del confronto
basato sul presupposto dell "etsi deus non daretur", cioè sulla ricerca di una
comune base di consenso sui temi etici che prescinda da specifici punti di
partenza religiosi o ideologici. Mentre invece la scommessa della laicità è
tutta qui, nell'affermazione di un metodo che - come scriveva qualche giorno fa
Aldo Schiavone - non è un confine da difendere, ma piuttosto "un bene da
condividere". Questo bene non è mai stato messo così esplicitamente in
discussione negli ultimi anni, come è avvenuto nelle vicende della legge 40 e
nei mesi successivi al referendum.
Dopo la presunta vittoria del 12 e 13
giugno il Cardinale Ruini si è assiso come su un trono sulla montagna delle
astensioni, presumendo che dall'alto di quella montagna di "buon senso popolare"
si possa dettare la linea sui temi più nuovi della bioetica e su quelli più
tradizionali dell'aborto e della famiglia. Un vero e proprio programma di
riconquista della società italiana, non immaginato neanche ai tempi di presenza
e di governo della Democrazia Cristiana. La strategia culturale è basata
sull'accusa di nichilismo contro ogni visione della vita che non abbia il suo
centro la religione e la sua conclamata coincidenza con la verità della natura e
del diritto naturale. La strategia politica è basata su quelli che Sergio Romano
ha chiamato i "guelfi laici trasversali", capaci di presidiare l'uno e l'altro
schieramento, facendosi forti della promessa di tradurre in termini elettorali
la disponibilità verso le richieste delle gerarchie cattoliche. Che in questo i
teocon della destra siano più bravi e spregiudicati di alcune componenti della
Margherita, nulla toglie al significato di una reciproca strumentalizzazione fra
Chiesa e singole forze politiche, sull'uno e sull'altro fronte. Eppure la
posizione delle gerarchie cattoliche non è così forte come potrebbe apparire ad
uno sguardo superficiale.
Il vittimismo manifestato dopo le reazioni un po'
irriverenti di Boselli e Capezzone all'invadenza e all'arroganza manifestate in
questi mesi dalla Cei, non convince proprio nessuno. Ricorda tanto la favola del
lupo e dell'agnello. Però è significativo, perché tradisce un senso di debolezza
più intimo che cova nella Chiesa italiana e che è frutto della cattiva coscienza
della "vittoria" nel referendum. Infatti il ricorso al sotterfugio
dell'astensione sui temi etici posti dalla legge 40 è stata una scelta tattica
degna di un politicismo deteriore, ma moralmente pericolosa per la Cei. Su
questo aspetto avevano richiamato l'attenzione per tempo alcuni cattolici
illuminati, totalmente ignorati e messi a tacere dal trionfalismo del Cardinale
Ruini.
Ora man mano i nodi vengono al pettine. Resta e sì accresce il turismo
procreativo fuori dai confini nazionali. Resta la tragedia della coppie
portatrici di malattie genetiche gravi o di Aids, tragedia che prima o poi
arriverà all'esame della Corte Costituzionale.
Ora scoppia la vicenda della
pillola RU 486. Tutti questi temi e altri (si pensi alla compressione umiliante
della ricerca scientifica sui terreni d'avanguardia della genetica) sono come
gocce che scavano la pietra. La scelta della chiusura e il rifiuto della
comprensione del mondo moderno (si vedano i Pacs) spingono le gerarchie su un
terreno sempre più impervio ed esigente. È una sfida che la Chiesa è destinata a
perdere, come è successo altre volte nella storia d'Italia e d'Europa. Bisogna
confidare che la consapevolezza di questa situazione cresca anche nel mondo
cattolico. Fra i dieci milioni di sì al referendum c'erano molti italiani
credenti e praticanti. Ma nel mondo della politica attiva o meglio della
politica che ha spazio nei media sono ancora troppo poche e flebili le voci che
riescono a farsi sentire. Eppure di loro c'è bisogno. Lo sanno bene anche coloro
che si battono con più determinazione sul fronte della laicità e della
resistenza alle pretese delle gerarchie cattoliche. Dal peso e dallo spessore
che acquisiranno queste voci dipenderà in ultima istanza il successo e
soprattutto il radicamento di quella particolare forma del centrosinistra
italiano basato esplicitamente sull'incontro tra riformismo laico e socialista e
riformismo cattolico. Soprattutto dipenderà la nascita effettiva di quel partito
democratico di cui si torna a parlare in queste settimane con grande ottimismo
verbale e profondo scetticismo di pensiero. Un progetto sicuramente capace di
trasformare l'Italia, purché nasca su una cultura politica rinnovata e
condivisa.
A partire proprio da questi temi della laicità che invece ci si
ostina illusoriamente a volere tenere fuori dalla
porta.