La prostituzione maschile?
Parliamone:
 
Molti vendono il corpo per fame
 
di Massimo Consoli
 
"Ragazzi di Vita"... o "Padri di Vita"? La prostituzione maschile è irrimediabilmente cambiata. In peggio.
Ci sono delle cose che fanno male, indipendentemente dalla nostra volontà, dai tentativi di evitarle, dal fingere che neanche esistano.
Io, mi sono sentito male, mentre a Natale, a Roma a piazza della Repubblica, distribuivo i pacchi dono ai "ragazzi di vita".
"Ragazzi"? Mai definizione appare più inattuale, datata ad un momento che ha più contatti con l'archeologia che con il quotidiano. Sotto gli archi davanti a McDonald's, mi si è parato davanti un uomo di età indescrivibile. Sembrava vecchio, pareva uno di quei giovani precocemente sfioriti, rovinati dalle storture della vita, avviliti da difficoltà continue e insormontabili e che ti segnano sul volto ogni insuccesso raggiunto, ogni tentativo abortito, ogni esperienza fallita. Mi agitava davanti un documento spiegazzato, consunto dall'essere stato troppo tempo in una tasca dei pantaloni. Su quel certificato, rilasciato da una questura, c'era la foto dello stesso ragazzo-anziano e di tre bambini. Bambini piccolissimi, tra i due e i sei anni. "Ho moglie e tre figli che mi aspettano a casa". Con Domenico Moretto del circolo Mario Mieli, Peter Boom dell'Arcigay di Viterbo, Vincenzo, Romano, Enzo ed altri ancora, cercavo di gestire la distribuizione dei regali in modo più democratico possibile. "Dove, in Romania?", ho chiesto.
"No, qui a Roma". Che potevo fare? Il mio unico potere era l'amministrazione di un'auto carica di pacchi-dono. Gliene ho dato un altro. Stessa scena con un altro rumeno che mi spiegava anche lui, documenti alla mano, di avere due bambini.
E allora? Un altro pacco-dono extra. Ma so benissimo che una busta con un panettone, una cioccolata, una scatoletta di carne, una mela, una bibita ed una lettera che invita all'amore e alla solidarietà... non è una risposta soddisfacente, giusta, onesta, anche se è l'unica che posso dare.
Non è soddisfacente una volta l'anno, ma non è giusta neanche tutti i giorni perchè non risolve il problema di questa massa (ormai non si può non definirla così) di disperati che si aggirano per Roma, di notte, e che ci affanniamo a fingere di non vedere,
a ignorare, a desiderare fortemente che non ci appaiano davanti. Dobbiamo trovare altre definizioni per spiegare il fenomeno della prostituzione maschile. Quella prostituzione che, fino alla fine degli anni Settanta, era occasionale, limitata nel tempo e praticata da ragazzetti che cercavano un rapporto sessuale non troppo coinvolgente, insieme al guadagno di poche lirette da spendere il giorno dopo con la propria ragazza. Una prostituzione da sabato sera, una sorta di "rito di passaggio" cui sottostare prima di raggiungere l'età adulta con tutte le sue responsabilità.
Oggi, questa nuova prostituzione si avvicina al vecchio clichè del meretricio femminile, della persona che vende il corpo per fame. Letteralmente. Ho visto davanti a me una massa di disperati che cercano di tirare avanti tra mille difficoltà, di sopravvivere in un mondo di opulenza e di sprechi che non credo sia il più adatto a spingere verso un atteggiamento sottomesso o di pacifica accettazione di questo tipo di società.
Sia ben chiaro: questa prostituzione è una valvola di sfogo. Guai se non ci fosse! Guai se, domani, la polizia cominciasse a fare delle retate ed a liberare piazza della Repubblica (o valle Giulia, o i giardini dell'Eur, o chissà dove...) dalle marchette.
Ci sarebbe un aumento incontrollato delle rapine, dei furti, degli scippi, degli omicidi ad opera di disperati che, in un modo o nell'altro, devono pur sbarcare il lunario...! Il problema non si risolve con la repressione, mi sembra perfino banale dirlo e non è neanche giusto che i gay che frequentano le marchette debbano essere sempre la cartina al tornasole della disfunzione sociale, le prime vittime, proprio insieme ai prostituti, del cattivo funzionamento della nostra comunità umana.
Eppure io, a piazza della Repubblica, mi sono sentito male.
 
Suore e abusi sessuali

Il dibattito sui rapporti sessuali tra religiose e preti in Africa
ripropone il tema del celibato

di Gino Barsella www.nigrizia.it
 
Madre Giuseppina Tresoldi, ex superiora generale delle missionarie comboniane e attualmente responsabile delle missionarie della Beata Vergine Maria, di origine sudanese, da qualche anno visita gli istituti religiosi femminili "diocesani" nell'Africa dell'est (in tutto il continente se ne contavano 110 all'inizio del 1999). Lo fa su incarico della Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli (Cep), ma succede anche che siano le superiore stesse a invitarla per essere ascoltate. Una posizione che le permette uno sguardo dal di dentro, su molti problemi, compreso quello scottante dei rapporti sessuali tra preti e suore.
Nigrizia l'ha intervistata in occasione di un suo passaggio per Roma. Ci ha domandato, per ragioni comprensibili, di non citare l'ultimo dei paesi in cui si è recata.
Come è stata accolta e quali impressioni ha raccolto durante la sua ultima visita?
In un primo momento sono stata quasi rigettata. C'è voluto del bello e del buono per convincerle che il mandato mi era stato affidato prima che uscissero i documenti sugli abusi sessuali. Ho detto loro che andavo come sorella, per ascoltare le loro
ansie, le loro trepidazioni e speranze, così come avevo fatto l'anno scorso in un paese vicino. Però sono arrivata proprio quando l'associazione delle superiore maggiori si era appena riunita nella capitale per condividere le reazioni suscitate dai documenti nelle loro congregazioni. Si sono sentite quasi tradite da noi suore europee. Perché con l'intento di aiutarle e fare giustizia, abbiamo messo in luce una situazione penosa che stanno vivendo. E si sono risentite del fatto che sono state chiamate in causa proprio loro, gli istituti africani, e non le vocazioni africane nelle congregazioni internazionali. Si sono sentite guardate dall'alto in basso.
In alcuni casi volevano sconfessare, mi dicevano: "Perché ci hanno messo così alla ribalta? Dopotutto sono cose che avvengono anche in altri paesi". Qualcuna di queste suore, che era stata in Europa a studiare e aveva saputo di vicende simili che coinvolgevano religiose di congregazioni non africane, ne ha risentito moltissimo. Ma ho avuto anche reazioni di tutt'altro genere. In due casi su sette mi hanno detto: "Siamo contente che queste cose siano venute alla luce, perché almeno la chiesa dovrà fare qualcosa". Devo dire che a livello di conferenze di superiore maggiori ho avvertito una viva preoccupazione.
Spesso lamentavano, ad esempio, certi discorsi fatti e non recepiti nel giusto modo; come quelli di alcuni missionari che sostengono che per una realizzazione della vita consacrata e una crescita integrale della persona, la donna deve avere un'amicizia con un uomo. Idee nuove che le suore, spesso giovani, non sanno come gestire. Queste amicizie, relazioni, portano poi a dei disguidi. Aggiungi il fatto che girano libri e riviste su questi temi che le suore non sanno leggere, così molte ci cascano dentro.
C'è poi un equivoco che pretende che una cosa è il celibato, un'altra il voto di castità. Può venirne fuori che celibato vuol dire non sposarsi, ma senza che ciò precluda atti sessuali per i quali le suore devono... aiutare. Altrimenti per il prete sarebbe necessario andare da altre donne, con tutti i rischi connessi... Questo veniva detto apertamente. Nel 1999, in un paese dell'Africa orientale, le giovani suore riunite per un corso di preparazione ai voti perpetui, dopo aver avuto istruzioni sulla sessualità e l'amicizia, e avere capito che cosa implica un vissuto di vita consacrata, hanno scritto alla Conferenza episcopale: "Siamo stufe delle ideologie che ci vengono presentate e ci inducono a malintesi su quella che è la vita di castità perché - usavano proprio queste parole - c'è troppa attività sessuale nei nostri conventi". Nella mia ultima visita ho trovato due diocesi dove un numero piuttosto alto di religiose hanno dovuto essere allontanate perché incinte - mentre al prete non è accaduto niente. Ma ce n'è una dove il vescovo ha cominciato a prendere dei provvedimenti: venivano convocate le famiglie sia della suora che del sacerdote.
"E adesso, mettete a posto le cose, secondo il costume della tribù", si diceva; ed entrambi dovevano prendersi la responsabilità del figlio.
Che riflessioni avete fatto su questa situazione? Ci siamo rese conto che per queste suore la parola del prete, specialmente quando pretende di parlare di teologia o filosofia, è Vangelo. Allora ci siamo domandate: perché, dopo la formazione, la suora ancora si assoggetta a quanto le dice il prete? Non sono persuase del valore di ciò che viene loro insegnato in noviziato perché non viene dal prete. Nell'ultimo paese che ho visitato, ad esempio, sono passata per tutti i noviziati delle congregazioni locali: ho notato come in alcuni parlare del voto di castità sia ancora un mezzo tabù. Così non vengono precisate le implicazioni concrete del voto. Del resto, molte delle giovani che negli ultimi 10-15 anni bussano ai conventi, si vede che sono prive di una formazione cristiana di base, non sanno nemmeno come vivere i comandamenti, mentre noi diamo tutto questo per scontato.
Dobbiamo ripartire dalla formazione di base.
Dalla sua descrizione sembra che ci sia molta pressione psicologica, ma non violenza fisica.
È vero, non parlerei di violenza fisica. Ma psicologica sì. E di sviamento di idee. Non ci sono veri e propri abusi e, di fatto,
i sacerdoti di cui si parla ottengono il consenso delle suore. Un'altra cosa da sottolineare sono le ristrettezze finanziarie che,
a volte, costringono le suore a rivolgersi a chi può aiutarle; dunque al prete, a prezzo della loro integrità fisica.
Le superiore mi hanno chiesto di adoperarmi perché vengano concessi maggiori aiuti economici per la formazione, in modo
che le congregazioni possano accudire ai bisogni normali delle suore.
Forse più che aiuto finanziario si vorrebbe maggiore giustizia; le suore lavorano e vengono pagate pochissimo.
Certamente. Ma c'è ingiustizia anche sul piano della formazione, se compariamo con quello che ricevono i seminari a pro dei seminaristi. Per le novizie è previsto un sussidio di 200-300 dollari per un solo anno, ma la loro formazione dura come minimo
tre anni. I noviziati delle congregazioni locali non hanno niente, mancano libri, materiale. Occorre lavorare da mattino a sera per mantenersi. Poi, quando le suore sono impegnate in attività parrocchiali o diocesane, non vengono retribuite o molto miseramente. Il servizio della suora è sottovalutato e perciò resta sempre sottomessa al prete. Ma la presenza delle religiose nella chiesa in Africa è qualificata, specialmente oggi che hanno una preparazione professionale sempre più adeguata.
E sarebbe una presenza significativa, se venisse valorizzata; ma su questo c'è ancora molta strada da fare in Africa.
La suora è ritenuta un'esecutrice, e non viene ancora coinvolta nella programmazione e nella valutazione delle attività.
Qual è l'entità del problema, in termini quantitativi?
Non credo sia un problema dominante. Per quanto riguarda l'Africa orientale, che io conosco, posso dire che è presente in tutti
i paesi; ma non a un livello tale da far scadere il valore della vita consacrata.
È un problema solo africano?
Non posso dire niente sugli altri continenti. Ricordo solo che quando feci la mia relazione alla plenaria della Cep nel 1998, affermai che la vita consacrata in Africa dà sicuramente un suo apporto all'attività evangelizzatrice della chiesa, ma che questo sarebbe maggiore se non ci fossero certi problemi. E tra i quattro problemi riferiti, uno era questo: il condizionamento psicologico operato dai preti sulle suore. Ci fu una reazione molto forte dei paesi dell'Asia, come se parlassi di cose che non li riguardavano. Non volevano essere identificati con quei problemi.
Quali provvedimenti si possono prendere?
Dobbiamo preparare meglio le suore. È vero che il rapporto parla di abusi sessuali. Ma ci sono anche quelli che praticano la cosiddetta "terza via", mantengono relazioni di comune accordo. E vengono giustificate con queste false teorie di amicizie,
alle quali non si sanno mettere i confini. Si vive così una vita sdoppiata. All'interno delle congregazioni si è avviata una riflessione, sui programmi formativi e sull'accompagnamento delle giovani suore. Infatti gli sbandamenti avvengono più spesso all'inizio della vita consacrata. Le congregazioni difettano di una fase di accompagnamento: le giovani suore vengono assegnate a comunità distanti, magari con una superiora che non sa come confrontarsi, isolate. Il prete della porta accanto diventa allora il riferimento. Le conferenze delle superiore maggiori riflettono ora su come approfondire la formazione e anche selezionare meglio le letture a disposizione delle giovani. Che su certi libri e riviste credono di trovare argomenti per giustificarsi, controbattendo così chi le vuole accompagnare in modo diverso. Non è certo la censura che risolve. Ma è un fatto che ci sono giovani suore professionalmente e intellettualmente molto più preparate delle loro superiore, che magari non sanno affrontare certi problemi.
Le giovani, quindi, tendono a dar più fiducia al prete o all'articolo che hanno tra mano. Ma dobbiamo preparare meglio anche
i preti. Nei seminari vanno introdotti corsi specifici sulle esigenze della vita consacrata e sulla dignità della donna.
Tutto ciò non ci suggerisce che nella chiesa è tempo di aprire una franca riflessione sul celibato? Ho sentito da più voci - convinte che si tratterebbe di un piano ben congegnato - che questi documenti sarebbero stati resi pubblici per far scadere il valore del celibato e chiederne l'abolizione. Altri, al contrario, dicono che è un attacco al celibato, al quale dobbiamo resistere.
Forse è meglio cogliere l'occasione per riflettere e, alla fin fine, non tutto il male sarà venuto per nuocere.