Aborto: Giovane in fin di vita per acqua ossigenata nell'utero
Una rumena 29 enne in
prognosi riservata per setticemia e insufficienza respiratoria.
Al quinto mese di gravidanza,
si è iniettata acqua ossigenata nell'utero procurandosi l'aborto. Sono
casi limite (come la ragazzina che a Roma, aveva ucciso, buttandolo
in un cassonetto, il proprio bimbo appena nato) e sono frutto di
una legislazione che è insufficiente, non facilita l'accesso
all'interruzione legale della gravidanza ma obbliga ad un iter che
scoraggia i più bisognosi di tutela, i soggetti deboli. La bontà delle leggi si verifica proprio nelle situazioni più difficili,
e la legge italiana ha mostrato la sua carenza e faragginosità,
grazie alla necessità di avere un certificato che, praticamente, certifichi
la follia della donna perchè possa abortire, grazie alla limitazione
e degli interventi ai soli ospedali pubblici, e grazie al fatto che,
metodi come l'uso della pillola abortiva RU486 che semplificherebbero
l'intervento stesso, non vengono utilizzati così com'è in tutta Europa.
Oltre al fatto, terrificante, di aver inserito la regolamentazione dell'aborto
in una legge che nasce come tutela della maternità (che con l'aborto
non c'entra nulla). Quante sono le donne che abortiscono clandestinamente
senza che nessuno ne sappia alcunchè? Dovremo continuare ad accontentarci
di quelle punte di iceberg come la donna rumena di 29 anni e della sua
acqua ossigenata abortiva? Vincenzo
Donvito presidente dell'Aduc aduc.it@aduc.it