Di Maggio: pronto a dire la sua su tanti misteri
Il VeLino
Di Maggio, arriva l'ora delle verità
imbarazzanti per lo Stato. L'ex collaboratore di giustizia Balduccio Di Maggio,
quello che avrebbe assistito al bacio fra il senatore a vita Giulio Andreotti e
il capo di Cosa nostra Totò Riina, è sotto processo in corte d'Assise a Palermo
(deve rispondere di alcuni omicidi che con altri avrebbe commesso tre anni dopo
il suo pentimento)
e ha deciso di difendersi non contestando le accuse che gli vengono mosse
su fatti specifici, ma ricordando il suo passato
di collaboratore con la procura di
Palermo e con la Direzione nazionale antimafia. Davanti ai giudici ha voluto
rendere dichiarazioni spontanee per accusare addirittura "il procuratore di
Palermo, quello che c'è ora, ma non mi ricordo il nome (Piero Grasso,
ndr)". Secondo Di Maggio il procuratore, all'epoca dei fatti fra il '96 e
il '97, lo andò a trovare a Tarquinia
(dove il pentito e sua moglie avevano
acquistato una casa con la prima tranche di 500 milioni del premio, in tutto un
miliardo
e mezzo, che il ministero dell'Interno
gli aveva versato, il resto sostiene di non averlo mai ricevuto, per aver
aiutato lo Stato
ad acciuffare Riina). A Grasso confidò di
aver ricevuto una lettera di minacce "indirizzata a mia moglie, e lui mi disse
che sicuramente me la avevano spedita o la polizia o i carabinieri che non mi
volevano lì". Tali affermazioni sono però smentite dallo stesso Grasso.
Secondo Di Maggio, in quel
periodo lo Stato gli chiese gli straordinari e uno sforzo enorme anche per far
arrestare Giovanni Brusca. Tanto che, secondo il
pentito, lui mise a disposizione degli investigatori
anche due uomini fidati che li avrebbero potuti aiutare.
Di uno di questi, Francesco Reda, non si è mai più saputo nulla.
Le rivelazioni
a rate stanno creando più di qualche imbarazzo nel tribunale di Palermo.
La
moglie di Di Maggio, Rosa Scalici, da quando il marito è ritornato in carcere e
gli è stato annullato il programma di protezione, ha minacciato più volte di
fare sconvolgenti rivelazioni sui rapporti fra Riina e apparati dello Stato.
La Scalici non ha mai voluto chiarire a
cosa si riferisca, ma la deposizione odierna di Di Maggio rende verosimile la
sua intenzione di fare nuove rivelazioni. La più attesa da tempo è quella
relativa alla famosa frase sui "cani attaccati".
Fu intercettata dai carabinieri, verso i
quali Di Maggio non ha mai avuto parole tenere, nel corso di una telefonata che
il pentito aveva avuto con il padre al quale Di Maggio diceva di stare
tranquillo a proposito delle grane giudiziarie di un loro congiunto, perché lui
aveva in procura "i cani attaccati", volendo significare che
teneva in pugno alcuni magistrati.
Chi fossero "i cani" lo rivelò qualche anno
fa in aula durante il processo Andreotti: erano i tre
piemme del processo,
Guido Lo Forte, Roberto Scarpinato e
Gioacchino Natoli, oggi consigliere al Csm.
Non fornì nessun altro particolare,
né tantomeno il pentito è mai stato
denunciato dalla procura di Palermo o dai tre magistrati.
Le dichiarazioni
spontanee rese da Di Maggio, al dilà dei soliti segnali, appaiono più gravi del
solito e fanno intendere che
il pentito si sente solo e abbandonato da
quei pezzi dello Stato che puntarono tutto su di lui anche per far fuori
Andreotti,
e pronto a dire la sua su tanti misteri.
(vum)