Brescia come Seveso: perché tutti hanno taciuto e tacciono?

Seveso bis a Brescia
Una fabbrica chimica ha avvelenato per decenni di Pcb una parte della città: a rischio 50 mila persone
 
di Giovanni Maria Bellu e Carlo Bonini
 
Esiste una Seveso di cui nessuno sa. O di cui molti sanno ma pochi hanno voglia di parlare, che uccide in silenzio in una delle città più ricche del Paese. Dove quando un tumore ti mangia lo stomaco, il fegato, i linfonodi, maledici le sigarette che ti sei fumato, le digestioni che non hai aiutato, l'acqua che non hai bevuto. 
La Seveso di oggi è Brescia. ll suo indistruttibile veleno è il Pcb, Policlorobifenili. Un parente della diossina, un derivato del cloro che si annida nel terreno, nell'acqua, nel grasso delle cellule animali. Che si appiccica maligno agli  alimenti restando in sonno per mesi, anni, in un angolo dell'organismo che ha scelto come nido. FINO a quando non decide di divorare il corpo in cui si è rifugiato. Stabilisce il decreto Ronchi sui suoli che non ne possano essere tollerati più di 0,001 mg per chilo di terra. A Brescia, la soglia è superata dalle 553 alle 6 mila volte. Duemila più di Seveso, l'incubo-nube in cui nel 1976 si svegliarono quanti vivevano all'ombra dell'Icmesa. Oggi, cinquantamila persone a ridosso del centro storico vivono immerse in un veleno inodore, insapore. A differenza di Seveso, lo ignorano. Era il '94 e la città aveva deciso di regalarsi un "Termoutilizzatore". Una torre azzurrognola alta da far spavento che annuncia Brescia dall'autostrada.
Due camini dalla fiamma perpetua che oggi ingurgitano 450 mila tonnellate di rifiuti solidi l'anno. Comune, Asl, Regione Lombardia, Provincia, dissero:  "Prima che l'inceneritore venga acceso, è bene controllare i suoli. Fare un punto zero. Capire di che è fatta la terra. Solo così, sapremo cosa costerà il nuovo camino all'aria e al terreno di questa città". Prima di sondare, i tecnici tirarono le linee di confine dei prelievi sul quadrante della città e giù, per cinque centimetri di profondità. I sacchi di terriccio partirono per i laboratori del Presidio multizonale di prevenzione di Milano. A Brescia, in quegli anni, macchinari in grado di leggere i prelievi non ce n'erano. E qualcuno finì anche per dimenticarseli quei sacchetti.
Si sa come vanno le cose. Un anno di tempo per i risultati, la loro elaborazione, la loro valutazione...
Certo, la domanda restava: di che diavolo era fatta la terra di Brescia? Cosa vi si nascondeva?
Mercurio, piombo, rame, diossine e Pcb, Policloro bifenili. Ecco di cosa era impregnata la crosta di Brescia, la buccia di quella "pera". Ma cosa potevano significare quegli 0,0429 o 0,765 o 0,850 mg per chilo di Pcb? Erano pericolosi?
La Asl si rifugiò in tabelle di riferimento della civile Olanda. Il Pcb era fuori da ogni limite. Ma le conclusioni furono scettiche.  "Nessuno sa. Staremo a vedere. Qualcuno prima o poi stabilirà anche in casa nostra cosa fa bene e cosa fa male". Ci pensò nel 1996, l'assessore regionale di Forza Italia Nicoli Cristiani. Quell'anno, le ricerche erano tornate ad incidere la buccia della "Pera" per un secondo controllo a campione. Con esiti identici ai primi prelievi. Ma la delibera regionale sanciva ora che quel che faceva male per gli olandesi, poteva ben essere tollerato dai bresciani. Le nuove tabelle di riferimento, tarate su parametri rimasti misteriosi, riconducevano nella normalità i picchi di abnorme concentrazione di Pcb. Stabilivano che la "Pera" era sana. Che ben potevano essere utilizzati quei terreni per uso agricolo e residenziale.
E, quando a fine '97 i ricercatori tornarono sul terreno per una terza ed ultima campionatura, i Pcb erano una storia morta a sepolta. Come in ogni sfida impossibile contro l'accidia delle burocrazie, erano necessarie un po' di fortuna, una nuova legge e un testone di quelli che non si rassegnano all'evidenza. L'insegnante di italiano e storia Martino Ruzzenenti
per anni segretario della Camera del lavoro di Brescia, a quella storia dei Pcb non aveva mai smesso di pensare. Aveva conservato i dati campione del '94 e del '96 e si chiese come mai fossero spariti quelli di fine '97. Spiega: "Erano dati importanti, perché nel '99 era entrata in vigore la legge Ronchi. La soglia di tolleranza dei Pcb nel suolo era stata fissata una volta per tutte in 0,001 mg per chilo di terra. Dunque, se i dati dei prelievi di fine '97 avessero confermato i valori degli anni precedenti, avremmo avuto uno strumento per intervenire". Ma i dati non si trovavano. Ricorda Martino: "Non arrivarono nel '99. Non furono pubblicati, come era accaduto in precedenza, neppure nel 2000. Decisi di avvalermi della legge sulla trasparenza amministrativa e riuscii ad ottenere all'inizio di quest'anno un cd-rom in cui i dati erano ammassati senza ordine e senza alcun riferimento alla nuova legge Ronchi". Ruzzenenti annuì sconsolato. La buccia della "Pera" restava un condensato di velenoso Pcb. La gente di Brescia era in pericolo. Non c'era un solo punto di quelli sondati i cui valori si avvicinassero alla norma. Certo, se era pacifico il pericolo che la città correva, bisognava pure chiedersi da dove, chi, quel veleno aveva versato. Quale fosse la bocca e l'epicentro del male.
Un temporale estivo risolverà l'enigma. Una notte di due anni fa pioveva che Dio la mandava, fu allagato il cortile della quarta circoscrizione, la "Dusi". I liquami erano filtrati dal muro di cinta della circoscrizione, addossato ai capannoni della "Caffaro". Un'istituzione cittadina. La più antica e unica fabbrica chimica di Brescia, del 1906 e finita alla Snia, della Fiat e infine ai nuovi padroni di Brescia, la Hopa di Gnutti e Colaninno. Il presidente della IVcircoscrizione, il forzista Mauro Margaroli, fece il diavolo a quattro, dei controlli a campione, nulla sapeva. Voleva solo sapere di quel tanfo.
Gli abitanti avevano paura. Lì, dove i liquami si erano depositati, il Pcb era seimila volte superiore alla norma. Ecco da dove arrivava il veleno. Martino Ruzzenenti della "Caffaro" sa molto. Ne ha rovistato l'archivio storico, ne ha indagato la vita e la produzione. In autunno, la Jaca book pubblicherà l'esito delle sue ricerche. Uno studio dal titolo "Un secolo di cloro e... pcb. Storia dell'Industria Caffaro a Brescia". Ebbene, la Caffaro di Brescia ha prodotto Pcb fino al 1984. 150 mila tonnellate. Più di un sesto dell'intera produzione degli Stati Uniti, dove i policlorobifenili vennero messi al bando già nel 1977. I Pcb della Caffaro hanno appestato Brescia. Addossati alle mura di cinta, ignari, per decenni, migliaia di bambini passati nelle aule della elementare "Dusi" hanno giocato, respirato, mangiato, immersi nei Pcb mentre il veleno, a macchia, riempiva le decine di ettari della "pera" a ridosso del centro storico.
Ma perché tutti hanno taciuto e tacciono? Paolo Ricci e Celestino Panizza sono medici del lavoro, l'uno  professore all'Università di Venezia e l'altro lavora in provincia di Brescia. Conoscono Ruzzenenti e conoscono le statistiche del tasso di "tumori primitivi" del fegato, della vescica, delle vie linfatiche a Brescia. Il doppio che a Trieste e Genova, il quadruplo di Torino. Settiman fa hanno bussato alla porta del Procuratore di Brescia, Tarquini, ed hanno trasformato i dati pescati nell'ostinata ricerca di quell'appassionato testone di Ruzzenenti in un esposto per disastro ambientale. Alla magistratura hanno chiesto di scoprire perché Comune, Provincia, Regione non si siano attivati per arginare il veleno. "Questa è davvero una seconda Seveso. Forse peggio - spiega Ricci - ed è necessaria un' indagine epidemiologica indipendente e soprattutto un'immediata bonifica dei terreni come avvenne a Seveso. Bisogna decorticare la crosta avvelenata". Ruzzenenti sorride amaro. Nella necessità di bonifica dei terreni della "Pera", nei tempi che questa comporterebbe (almeno 5 anni), sa bene che si nasconde la ragione del silenzio di Brescia. I 300 mila metri quadrati di aree industriali dismesse che affacciate sul centro storico circondano la Caffaro, lì dove il velenoso Pcb ha scavato il suo nido, sono il grande affare immobiliare della città di domani. Qualche settimana fa, i bresciani di Gnutti hanno reinvestito parte dei 4 mila miliardi dell'affare Telecom per liquidare a Lucchini il 40% della proprietà di quei terreni. Oggi, con la piena proprietà delle aree e una variante di piano regolatore già approvata, la cordata bresciana di Gnutti potrà aprire a settembre i cantieri che trasformeranno uno spicchio di quella "Pera" - il più prestigioso - in zona residenziale e centri commerciali. Sapere che villini con giardino e supermercati getteranno le fondamenta in una seconda Seveso sembra un buon motivo per restare in silenzio.