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ERASMUS. Ovvero: l'elogio .... della beffa?
di Annapaola Laldi
C'era una volta Erasmo da
Rotterdam (1465-1536), filosofo, teologo e umanista, uomo libero,
dall'ingegno multiforme e molto famoso già ai suoi tempi, che scrisse
un altrettanto famoso "Elogio della pazzia", e che visse viaggiando
fra i natii Paesi Bassi, la Francia, l'Inghilterra, l'Italia, la Germania
e la Svizzera, testimone attento dei mutamenti incalzanti della sua epoca
quali, ad esempio, la riforma anglicana e quella luterana, la diffusione
della stampa, la scoperta delle Americhe. Qualche secolo
dopo, la Comunità europea ha imposto il suo nome a un programma di scambio
di studenti fra le Università del continente.ERASMUS viene
indicato, infatti, come acronimo (terribile termine, di origine greca,
naturalmente, che significa che le singole lettere che compongono questa parola
sono le iniziali di altre parole) di European Community
Action Scheme for the Mobility of University Students, col desiderio
esplicito di onorare questo grande personaggio che, secondo la presentazione
del progetto, ci fa vedere quanto siano importanti i contatti con gli
altri paesi per affinare l'intuito e far crescere e maturare la conoscenza
e l'esperienza.Il mio interesse è stato attirato sul progetto
Erasmus, che esiste peraltro dal 1987, da due miei giovani amici
che frequentano a Firenze le facoltà di architettura e di scienze politiche
e che hanno vinto questa "borsa di studio" per Madrid e Parigi. Ciò
che mi hanno detto sull'entità della "borsa di studio" e sulla loro miniodissea
fra i meandri della sempre fiorente burocrazia e gli ingranaggi di meccanismi
di raccordo piuttosto rugginosi, mi è parso degno di nota, e così
ho fatto una piccola ricerca in Internet sull'argomento, che mi ha confermato
vari interrogativi. Erasmus è un progetto approvato
dall'UE allo scopo di favorire l'integrazione europea
a livello delle università.Ebbe inizio nel 1987, e, dal gennaio 2000 è
inserito nel più ampio progetto "Socrates", che si occupa
degli scambi scolastici in generale, e che coinvolge 28 nazioni (i
15 Paesi membri, oltre a Norvegia, Islanda, Liechtenstein e altri 10
Paesi dell'est). Sicuramente il principio che ha ispirato questo
progetto per l'università è importante. Si tratta, infatti, stando a
quanto si legge nella presentazione ufficiale (http://europa.eu.int/comm/education/socrates/erasmus/general.html#1), di agevolare lo svolgimento di una parte del proprio
curriculum universitario in una Università di un altro Paese europeo,
con il "pieno e integrale riconoscimento da parte dell'università di
provenienza". E' d'importanza fondamentale -a mio avviso- il fatto che
qui la mobilità degli universitari non venga considerata come una specie
di diritto soggettivo del singolo studente. Essa è, al contrario, riconosciuta NECESSARIA
per il bene comune dell'Europa, diventando, si potrebbe arrivare a dire,
quasi un dovere per gli studenti.
Nella mobilità e nello scambio interuniversitario di studenti (ma anche di docenti
e amministratori) viene infatti ravvisato uno degli strumenti atti a creare
i nuovi cittadini europei, e a rispondere alla sfida lanciata dall'integrazione
europea e dal ritmo incalzante delle scoperte e delle applicazioni pratiche,
che esige menti sempre più pronte e flessibili e legami sempre più saldi
fra quei centri di studio, di ricerca e di diffusione delle conoscenze
che sono appunto le Università.
Ma come si realizza questo intento? Con quali mezzi economici? Con quale tipo
di organizzazione? Ho visitato i siti di cinque università italiane (FI,
BO, SA, NA, PG), e in tutti quanti, doverosamente, si tiene a precisare
subito che la "borsa di studio" non intende coprire l'intero costo del
soggiorno di studi all'estero, "ma è destinata a compensare almeno
in parte i costi supplementari nel Paese ospitante". E sfido!
Con una cifra di circa 150 euro al mese (neanche 300.000 lire),
forse anche soggette a tassazione, che cosa integra una persona a Parigi,
Londra, Berlino quando, a Parigi -appunto- occorrono solo per
l'alloggio almeno 700.000 al mese per persona? E a Madrid circa
500.000? E' vero che le Università italiane annunciano nei bandi un
loro possibile contributo, ma anche con le eventuali 400.000 lire al mese di
Bologna (gli altri atenei non quantificano nell'informazione a cui ho attinto),
l'apporto delle famiglie resta irrinunciabile. E qui ci sarebbe un ulteriore
motivo di ispirazione a Erasmo, il quale, da giovane,
fu anche lui beneficiario di una borsa di studio a Parigi, talmente esigua
che, per sopravvivere, dovette dare lezioni ....... A Erasmo, forse, ironico
com'era, questa coincidenza suggerirebbe qualche sottile arguzia.
A me suggerisce una serie di domande sulla utilità di distribuire in
questo modo i soldi pubblici e sulla congruità fra lo scopo fissato dal
progetto e lo strumento economico usato per raggiungerlo. Siamo sicuri
che, al posto di queste "paghette mensili" che finiscono col favorire
esclusivamente chi ha una solida famiglia alle spalle, non sarebbe piu'
produttivo un tipo di intervento teso ad assicurare la totale autonomia economica
degli studenti all'estero? Lasciando la possibilità, che mi pare di
capire esista di già a prescindere dal contributo economico, di effettuare
fino a un anno di studio riconosciuto in una Università europea, non
si potrebbero concentrare le risorse economiche in modo tale da creare delle
vere, sostanziose borse di studio, sia da assegnare come stipendio sia da
dare come prestito da rimborsare, del tutto o in parte, una volta laureati
e occupati? Perchè, se la motivazione che sta alla base del progetto
Erasmus, è davvero l'INTERESSE DELL'UNIONE EUROPEA a
preparare cittadini, scienziati, professionisti, ricercatori, studiosi,
politici, con un'esperienza già di integrazione a livello sovranazionale
e capaci di rispondere alle sfide dell'oggi e del domani, l'Unione europea
non può rischiare nè permettersi di perdere neppure una di queste intelligenze
attualmente disponibili nelle varie Università, solo per una questione
di soldi. Perchè, nonostante i costi sempre più elevati dello studio
universitario, di persone che all'Università ci vanno per autentica passione
allo studio e con sacrifici economici, risulta che ce ne siano ancora.
Così com'è messa ora, però, l'offerta Erasmus sembra
rivolta solo a una clientela medio-alta.
C'è poi anche un altro aspetto che va considerato, e ciò a prescindere dal reddito
familiare. Questo genere di contributi risicati non fa altro che rendere
più forti i vincoli di dipendenza fra il giovane e la famiglia, che invece,
specie in Italia, andrebbero allentati.
E quale occasione migliore per
sperimentare la propria autonomia in tutti i sensi, che passare un anno a
studiare all'estero, resi indipendenti da una vera borsa di studio (in forma
di stipendio o di prestito che sia)? Non potrebbe essere questo un modo
moderno, civile e intelligente da offrire ai giovani per raggiungere quella
"maturità", che a molti sembrava legata al servizio militare
obbligatorio -peraltro limitato ai maschi? Anche a livello organizzativo
mi pare, tuttavia, che ci siano molte cose che lasciano perplessi. I
miei due giovani amici, che fra loro non si conoscono, mi hanno raccontato una
storia analoga, fatta di un'enorme perdita di tempo nella ricerca, prima,
dei programmi delle facoltà ospitanti, per scegliere i corsi da seguirvi,
poi delle firme di accettazione dei docenti di "quaggiù" a garanzia del
futuro riconoscimento dei corsi frequentati e degli esami sostenuti "laggiù".
Una volta arrivati a destinazione, però, vi è stata la triste scoperta
che alcuni dei programmi sui quali si erano basati non erano più validi,
che certi corsi non esistevano più, il che ha obbligato i malcapitati studenti
a un'affannosa ricerca delle sostituzioni e, una
volta tornati in Italia per le vacanze di Natale, all'ulteriore ricerca dei docenti
a cui sottoporre i nuovi programmi per l'approvazione, ecc. ecc.Il mio giovane
amico che studia a Madrid mi ha detto che questo problema ha interessato
quasi esclusivamente gli studenti italiani (e, fra questi, un pò meno quelli
di Bologna -dove, in effetti, si nota una maggiore organizzazione anche
nell'uso di Internet). Gli studenti tedeschi e francesi si sono visti all'Ufficio
apposito a Madrid il tempo strettamente necessario a consegnare (o ritirare)
la documentazione prescritta; quelli italiani, invece, vi hanno fatto,
come suol dirsi, "il solco". Sono più sprovveduti i nostri studenti di
quelli degli altri Paesi? O il problema sta da qualche altra parte? A
quel che ho capito, nella pratica, è allo studente che viene lasciata del tutto
la funzione di fare da cerniera fra le due Università, anche se nei programmi
Socrates/Erasmus dei vari Atenei si parla
di "docente promotore" (NA), di "docente proponente la mobilita'" (BO),
di "docente responsabile dello scambio" (PG), di "docente delegato" (FI
e SA), a cui si aggiunge un "docente tutor" (NA e SA). Quale sia l'effettiva
funzione di queste figure, a quanto risulta pagate per svolgere la funzione
di raccordo fra l'Università di partenza e quella ospitante, non è
dato capire bene. Inoltre balza agli occhi la differenza di denominazione
per figure che "dovrebbero" svolgere lo stesso ruolo. O non è così? E
poi: per quale motivo -in tempi di navigazione virtuale e di e-mail, - non è
possibile avere nel famoso "tempo reale" i programmi delle Università gemellate
e le loro variazioni in modo da far partire gli studenti con la certezza
di quello che troveranno a destinazione? Non possibile dialogare -chattare-
fra Università e Università a proposito dei programmi didattici, e pure
fra Università e Aziende di soggiorno, ad esempio, per avere anche tutte
le informazioni logistiche necessarie a far sì che agli studenti non sia
richiesto il dispendio, lo spreco, di tempo ed energie per trovare ai prezzi
più equi alloggio, vitto e quant'altro è necessario
per potersi dedicare seriamente e tranquillamente all'attività precipua
per cui si sono recati in quella certa Università, che dovrebbe sere quella
di studiare? C'è qualche Università che lo fa per i suoi iscritti?
E, ancora, come vengono accolti gli studenti che vengono a studiare da
noi da altri Atenei europei? Sarebbe molto impertinente suggerire
alle nostre Università di dotarsi, semmai, di un professionista del settore
turistico per svolgere questo servizio essenziale perchè lo scopo del progetto
Erasmus sia centrato con
sicurezza e non succeda che alcuni giovani siano costretti a tornarsene a casa
per l'impossibilità di trovare una sistemazione equa ed adeguata? E un'ultima
osservazione, sul "pieno e integrale riconoscimento" dello studio svolto
all'estero. A questo proposito, fatta salva la dichiarazione di principio,
pare che il riconoscimento, specie delle votazioni, possa essere messo
in discussione.
Prendo le due posizioni limite: l'Università di Salerno garantisce questo riconoscimento
e stabilisce che "le strutture didattiche di riferimento sono tenute a
deliberare, con le relative motivazioni, in merito agli esami che gli studenti
NON possono sostenere presso le Istituzioni estere". All'altro capo trovo
la posizione della Facoltà di Medicina e Chirurgia di Firenze,
in cui gli studenti debbono fare domanda di riconoscimento degli esami
sostenuti all'estero (e per i quali vi era già stata l'approvazione del
docente fiorentino) alla Segreteria Studenti di Facoltà, ed è prevista una
relazione della Commissione di Facoltà "per l'approvazione
dei vari riconoscimenti e l'EVENTUALE trasformazione in voti". La Facoltà
di Farmacia, sempre di Firenze, dal canto suo, riconosce come superati
gli esami sostenuti all'estero, ma dichiara che "il voto ottenuto NON entra
a far parte della media degli altri esami".
Evviva l'integrazione! Ci sarebbero ancora diverse
osservazioni da fare, ma preferisco fermarmi. Di interrogativi anche questa
piccola scorribanda nell'Erasmus ne ha suggeriti.E, dunque, per oggi basta così.
(Annapaola Laldi) Link