Polemiche & Profitti.
Carceri: Privato è bello
di Guglielmo Piombini
Sembra proprio che la campagna lanciata
dall’Indipendente a favore della privatizzazione delle carceri abbia fatto
centro.
Forse perché allarmata dalle numerose favorevoli
prese di posizione di diversi esponenti politici, la sinistra ha sentito il
bisogno di correre ai ripari, schierando su Il Manifesto del 22 agosto il
proprio esperto di vicende americane, Marco D’Eramo. Peccato però che il suo
articolo (“Un business da ergastolo”), oltre a ripetere alcuni logori pregiudizi
contro il mercato, ricalchi sostanzialmente le “interessate” ma infondate
lamentele sollevate negli Stati Uniti dai sindacati delle guardie penitenziarie
statali, che per comprensibili ragioni rappresentano i gruppi avversi ai
programmi di privatizzazione delle carceri più rumorosi e organizzati. D’Eramo
si dichiara scandalizzato “per l’idea che si possano imprigionare cittadini a
scopo di profitto”. Questa forma di moralismo, che giudica le relazioni
commerciali come intrinsecamente peccaminose, appare però fuori luogo. Infatti,
se i manager delle prigioni private sono da esecrare perché fanno affari
“sfruttando” il bisogno della società di punire e rinchiudere i criminali, cosa
si dovrebbe dire dei fornai che “lucrano” sulla fame della gente, dei medici
professionisti che “guadagnano” sulle malattie dei pazienti, o degli impresari
di onoranze funebri che “speculano” addirittura sulle morti e le disgrazie del
prossimo? In società, sarebbe inutile ricordarlo, tutti si guadagnano da vivere
“sfruttando” (o meglio, soddisfacendo) le necessità altrui, e l’attività di
gestione di un penitenziario non fa eccezione. D’Eramo parte poi all’attacco,
affermando che negli Stati Uniti il business delle carceri si sta rivelando un
fallimento, ma tutti i più recenti studi dimostrano il contrario. Nel saggio
“Private Prisons: Quality Corrections at a Lower Cost” lo studioso del Reason
Public Policy Institute Adrian T. Moore, riconosciuto a livello nazionale come
un’autorità in materia, dimostra che questo business è in espansione, e già più
di 27 Stati hanno creato carceri privati, che custodiscono centoventimila
detenuti. Le prigioni private, infatti, vengono costruite in circa tre mesi:
meno della metà del tempo di quelle statali ad un costo del 40 % inferiore. I
costi di gestione, poi, sono in media del 10-15% inferiori a quelli delle
carceri pubbliche, come confermano quattordici diversi studi comparati sui costi
svolti da organismi indipendenti, accademici o governativi.
Questi risultati si sono ottenuti non, come dice
D’Eramo, sulla pelle dei detenuti o abbassando la qualità del servizio, ma al
contrario grazie a quei miglioramenti d’efficienza. (approcci di gestione
innovativi, velocizzazione delle pratiche amministrative) tipici del settore
privato, indotti dalla concorrenza.
Lo studio di Moore evidenzia anche la presenza, nelle
carceri private, di migliori programmi educativi e sanitari per i detenuti,
un minor numero di aggressioni alle guardie o agli altri carcerati e un minor
numero di recidive, soprattutto per i reati violenti.
Per quanto riguarda i casi di malagestione denunciati da D’Eramo, dal 1985
(quando aprì il primo moderno carcere privato negli Stati Uniti) ad oggi i
casi in cui l’autorità statale è intervenuta per risolvere il contratto con
la compagnia privata di correzione per inadempimento sono stati molto rari,
e quasi sempre i contratti sono stati rinnovati. A differenza delle carceri
statali, nessun carcere privato è inoltre mai stato condannato giudizialmente
per maltrattamento dei detenuti: anche perché un precedente del genere renderebbe
oltremodo difficile in futuro l’aggiudicazione di altri contratti. Molte compagnie
che gestiscono le carceri si sono infatti rese conto che maltrattare i detenuti
è una politica che non rende, perché crea risentimenti e ostilità che alla
lunga rendono la gestione costosa e difficile. Un approccio più morbido nei
confronti dei detenuti ha favorito, particolarmente in Florida ma anche altrove,
la netta riduzione della violenza dentro le prigioni private rispetto a quelle
statali. E che dire dell’affermazione secondo cui le guardie non riceverebbero
un’adeguata formazione professionale? Non sembra che le cose stiano così,
dato che in quasi tutti i contratti d’appalto vi è la clausola esplicita di
adeguamento a determinati standard ufficiali; inoltre alcune compagnie impongono
ai propri dipendenti livelli professionali estremamente elevati: la più importante
del settore richiede 160 ore di corso d’addestramento, contro i 120 richiesti
dagli standard statali. L’accusa finale alle prigioni private è quella di
avere “interesse a che i detenuti restino in carcere il più a lungo possibile,
peggiorando il già spaventoso sovraffollamento giudiziario”. Guardando però
ai dati, è risultato che l’azione lobbistica delle compagnie carcerarie private
a favore di politiche più dure verso il crimine, di allungamento delle pene
o di riduzione della libertà condizionale è stata assai debole, perché l’industria
privata della correzione rappresenta un settore ancora giovane e relativamente
piccolo, con scarsa influenza politica. Il sindacato delle guardie carcerarie
statali ha dimostrato invece un impegno ben maggiore come gruppo di pressione:
in California, ad esempio, quest’ultimo contribuì con un milione di dollari
alla campagna elettorale per la carica di governatore di Pete Wilson nel 1990,
e con altri cinquecentomila dollari nella campagna per la sua rielezione nel
1994; per contrasto, il totale dei contributi elettorali delle due maggiori
compagnie correzionali private, negli anni 1995-96, sono stati inferiori a
centocinquantamila dollari. In definitiva, pare proprio che, a dispetto di
quanto dicono gli incorreggibili statalisti ad oltranza, dalla privatizzazione
delle carceri tutti avrebbero da guadagnarci: lo Stato e i contribuenti che
risparmierebbero, e i detenuti che migliorerebbero le proprie condizioni di
vita carcerarie.