Inno
ed Estetica del Carro Armato e il Cane Morto della Filosofia
una Lapide
un Fiore Requiescant in Pace
Serie
Piccole
gemme del giornalismo dissepolte ad hoc
Una lapide alla Gentile per il fiore dell’accademia nazi-comunista Roma.
Non sono pochi, oltre a Giovanni Gentile,
gli intellettuali vissuti sotto il fascismo
che potrebbero degnamente assurgere agli onori dei posteri, secondo l’ultima
moda dell’epigrafia schizoide, lanciata dai professori dell’Università di Pisa
con l’idea di innalzare una lapide a ricordo del filosofo dell'atto puro, ma
a condanna del regime che lo ebbe a sostenitore.
Anzi, in alcuni casi la loro tormentata
biografia sembra prestarsi perfettamente al nuovo genere, magnificando la conciliazione
degli opposti e la contraddittorietà del giudizio. Il primo e forse più
drammatico esempio che viene in mente è quello del gentiliano Delio Cantimori
(1904-1966), il grande storico delle religioni che fu prima fascista e poi comunista,
e riconobbe lo sbaglio di essere stato l’uno e l’altro, sognando di finire pulitamente
una vita disordinata e polverosa. Studioso degli eretici
del Cinquecento e dei giacobini italiani,
nel Dopoguerra fu sino al ’56 tra gli ideologi del Partito comunista di Palmiro
Togliatti, dopo una giovinezza da germanista sensibile alla cultura del nazional-socialismo,
verso il quale mostrò una decisa simpatia come ebbe a ricordare il suo collega
e amico Eugenio Garin. Per rendersene conto, basta leggere la voluminosa antologia
pubblicata da Einaudi cinque anni dopo una prima raccolta uscita in semiclandestinità
presso l’editore di estrema destra
Settimo sigillo. Il volume a cura di
Luisa Mangoni (Politica e storia contemporanea, Scritti 1927- 1942, Torino 1991)
comprende alcuni dei saggi ritenuti più scabrosi di Cantimori: quello sul Lavoratore
di Ernst Jünger e quello sul mito del Terzo Reich secondo Moeller van de Bruck,
sul Nietzsche di Ernst Bertram e sul culto della bellezza nel circolo di Stefan
George, sulla teologia politica di Carl Schmitt e sul Deutscher Sozialismus.
Cantimori ventenne inneggiava alle escursioni
degli avanguardisti forlivesi sul Lago di Carezza, discettava sull’ammirazione
che i più intelligenti scrittori del
Fascismo dimostrano per la Rivoluzione russa, ascrivendola alla sicurezza con
la quale i comunisti russi si mostrano rivoluzionariamente intransigenti, senza
richiamarsi a principii più o meno immortali nel passato.
Difendeva il radicamento del movimento
di Hitler che raccoglieva larghi consensi, più larghi di quanto non si creda.
E seguiva con passione l’evolversi del
pensiero di Carl Schmitt, il grande giurista cattolico tedesco, teorico del
decisionismo
e dello Stato nazista, sino a proporne
da Berlino alla casa editrice di Federico Gentile una raccolta degli scritti,
da lui stesso
tradotti, Principi politici del Nazionalsocialismo
(Sansoni 1935). Ma per diventare il maestro di una generazione di storici, da
Renzo De Felice a Carlo Ginzburg, da Corrado Vivanti a Adriano Prosperi, dovette
fare una conversione a 180 gradi, iscriversi
al Pci e gettarsi anima e corpo nella
militanza della cellula dell’Einaudi. Da lì boicottò l’edizione Colli Montinari
delle Opere complete di Nietzsche, aprendo la strada al successo dell’Adelphi;
bocciò la traduzione della Méditerranée di Fernand Braudel, giudicata una geo-socio-storia
tanto brillante e suggestiva quanto evasiva, tanto piccante, quanto indigesta,
e resistette al solletico intellettuale dei francofortesi Horkheimer e Adorno.
Meno drammatico, ma non meno memorabile il caso di Galvano Della Volpe (1895-
1968). Il filosofo antidealista, studioso della dialettica hegeliana nella sua
derivazione dalla mistica neoplatonica, e dell’empirista inglese David Hume
che in Italia, dice il suo allievo Lucio Colletti, era visto come il cane
morto della filosofia, fu durante il
ventennio un acceso sostenitore del regime. Nel 1939 su Critica fascista denunciò
l’enorme
crisi morale della classe intellettuale della democrazia, riflesso dell’agonia
di tutta una civiltà politica e difese l’azione,
verità cardinale della vita, tramandata
dal nostro glorioso Umanesimo e riaffermata da Goethe, da Nietzsche e da Mussolini.
L’anno dopo, in piena guerra, sul Primato
di Giuseppe Bottai, esaltò l’operazione chirurgica in corso, la realtà rivoluzionaria
in cui viveva, giudicandola di tale
intensità ideale da superare forse le più orgogliose previsioni anche dello
stesso popolo
che, nell’azione, è consapevole, e però
filosofo in grado estremo: il tedesco naturalmente. E, con l’entusiasmo di un
futurista davanti alle virtù della tecnica, si produsse in un’Estetica del carro
armato per inneggiare ai Panzer della Wehrmacht, para-gonandoli ai bianchi cavalli
smaniosi di Erinna nel Lamento a Bauci. Sconfitti i tedeschi e i loro carri
armati, trasferì il suo entu-siasmo su quelli sovietici, anche quando invasero
l’Ungheria, e benché tenuto ai margini dal Partito di Togliatti che fiutava
nei suoi scritti su Marx l’eterodossia, continuò a difendere il dogma rousseauiano
della libertà che il comunismo avrebbe garantito rispetto al liberalismo con
la democrazia diretta e il controllo dei Soviet.
Era un aristocratico come lui Ranuccio
Bianchi Bandinelli (1900-1975), l’altro specimen eccellente per una lapide schizoide.
Senese d’origine, antiborghese e ribelle,
in quanto affetto da senso di colpa per i privilegi ereditari che la prima guerra
mondia-
le gli aveva rivelato nella loro iniquità,
divenne un archeologo di fama, professore universitario a Cagliari e a Pisa.
Sarà l’uomo scelto dal regime per scortare
Hitler nella sua visita a Roma e Firenze nel maggio del ’38 e immortalato dai
cinegiornali della Settimana Incom, col suo fez napputo e l’orbace fascista,
mentre illustra ai dittatori le meraviglie del Museo delle Terme di Diocleziano
e degli Uffizi. Di quella visita resta un resoconto pubblicato dallo stesso
professore in appendice all’autobiografia (Diario di un borghese, Mondadori
1948). Ma il tono è talmente distaccato, il sarcasmo così artefatto, l’antifascismo
così ostentato, da apparire l’excusatio non petita di un ex fascista finalmente
approdato alla giusta causa della
rivoluzione bolscevica.
A differenza di Gentile, qualche ateneo li potrebbe lapidariamente così ricordare:
Sostennero con equanime dedizione il
Fascio e i Soviet, passando con cieco entusiasmo da un totalitarismo all’altro.
Requiescant in pace.
Marina Valensise su il Foglio oltre
un anno fa.