Recita a soggetto assoggettato
la giustizia della pena della galera
 
di Fausto Cerulli
 
La reclusione è un'invenzione recente, almeno come pena: anticamente il carcere serviva come luogo di custodia provvisoria, in cui il reo veniva trattenuto finchè non fosse decisa la pena vera e propria.
Fu poi la cultura dei vari Beccaria ad ispirare il concetto di reclusione come pena; un concetto alla cui base è il principio sanamente borghese del massimo risultato con il minimo dello sforzo. I boia costano, anche se servono solo a dar frustate; le navi non vanno più a remi ma a vapore e dunque non servono più gli incatenati al remo.
Anche i lavori forzati sono uno spreco: con il trionfo della borghesia, saranno gli operai a fare i lavori pesanti e basterà sfamarli, e non avranno bisogno di guardiani. Allora, che ne facciamo di chi delinque? La soluzione è limpida e precisa; li facciamo sparire dagli occhi della gente per bene, li condanniamo a stare insieme, i delinquenti, ad oziare guardandosi in faccia all'ora d'aria. E giacchè business are business ci costruiamo intorno un bel commercio: diamo lavoro agli sbirri, a chi prende in appalto il poco vitto, al prete che non manca mai per raccogliere confessioni e regalare sacramenti, agli architetti che costruiscono gli stabilimenti carcerar (e il fatto che siano chiamati stabilimenti la dice lunga sulla loro funzione industriale). Ma il business non è tutto, siamo cristiani: la reclusione è un'esclusione, recludere per ex-cludere, facile no? L'escluso, sotto il nome di recluso, è meno pesante dell'impiccato: e la gente per bene sa soltanto che esistono, i reclusi; le dame di San Vincenzo li hanno a cuore; ed i nomi delle prigioni, giustamente, prendono nomi sacri: regina coeli, san vittore, persino San Quintino. Sono le chiese laiche e laide della giustizia bifronte, sospesa tra l'umano e il divino: e sempre braccio secolare di qualche religione o di qualche Morale con la emme maiuscola. (continua?)